ilcaosdentro

Dietro il Bazaar

Dietro il Bazaar c’è una Istanbul che nessuno conosce, l’altra faccia.

Si sale, su fino a lasciarsi dietro le strade affollate e i profumi di doner e spezie che inebriano ogni angolo, ogni vicolo.

Si sale fino a che i colori dei venditori di tappeti sbiadiscono in tristi locali vuoti, abbandonati, dove i gatti hanno creato il loro reame.

Ancora due o tre svolte e il mondo è ribaltato; da entrambi i lati della strada sulle case i balconi di legno scuro si arrampicano con ferocia sulle pareti ed arrivano quasi a toccarsi nel mezzo, al culmine di quel loro protendersi; un enorme fico si fa spazio fra due case – rami come braccia che spingono – divelgendo due verande con le sue dita nodose, le enormi foglie fanno ombra ad un ragazzo seduto che mi guarda e non dice niente. Si continua a salire e sulla destra il palazzo è crollato, i calcinacci ingombrano parte della strada, intanto una ragazza con una bimba in braccio avanza piano ispezionando i resti della casa, in cerca di qualcosa che possa tornarle utile, o forse in cerca di ricordi. Mentre cammina si tiene la gonna alzata come una principessa. Più avanti la stessa scena, un padre e un figlio osservano con gravità i resti dell’edificio. Sembrava che quel crollo potesse essere avvenuto cento anni fa come pure dieci minuti prima che fossi passato.

Si sale ancora, ormai il bosforo sta tutto in un palmo di mano, e un gruppo di bambini saltano su un divano sfondato mentre sull’altro lato della stradina un appartamento variopinto apre i suoi colorati interni alla curiosità dei passanti. Dei tappeti gialli e blu svolazzano piano. Mi accovaccio per immortalare il momento e i bambini si radunano, “Pari!” gridano, “soldi”, è quello che hanno imparato dai genitori serve per continuare a giocare. La madre, bellissimo volto di turca selvaggia, velo carmino con leggeri pendagli oro, mi indica la strada per la Moschea di Süleymaniye; ma non è stata quella la visione più interessante della giornata, no: un piccolo spiazzo, una casa diroccata e un gran cortile abbandonato contornato da una piccola giungla domestica, pochi metri e questa vegetazione si apre su una gloriosa terrazza con visuale sul Bosforo, la Galata Tower che spicca come una grossa matita conficcata nel dedalo di case, la costa che scompare polverosa verso l’orizzonte, e i ponti che si aggrappano alle due metà di Istanbul, che per secoli hanno rappresentato la congiunzione fra occidente ed oriente, tutti spiegati sotto ai miei occhi, dalla piccola terrazza diroccata su una collina qualsiasi dove non saprei come tornarci neppure se mi ci mettessi d’impegno, parecchio sopra Istanbul, parecchio dietro il Bazaar.

Il Venditore di scarpe

di Marcello D’Onofrio

Jericho è la città più antica del mondo, lo dice una scritta verdastra sbiadita su un muro ocra ad un incrocio appena fuori il centro. “Diecimila anni fa” c’è scritto.

Una insegna della CocaCola torreggia appena sopra, a sinistra un cartello che inidica la direzione per il Monte della Tentazione e appena sotto c’è un vecchio con la cofìa che fuma in silenzio sotto il sole del primo pomeriggio. Gli uccellini non cantano da queste parti, fa troppo caldo e la gente non capirebbe comunque quella spensieratezza.

La Palestina è bella, la strada che da Jericho porta al Qurantal è deserta e polverosa, ma sul lato destro è costeggiata da alberi di limoni che profumano ancora di più quando il sole è più forte – da mezzodì alle quattro – e allora ci si ripara all’ombra delle enormi foglie dei banani che sono a perdita d’occhio nella campagnia sul lato opposto.

La Palestina è bella, a Nablus si coglie la salvia, il timo e l’alloro fra le collinette selvagge dietro la madrasa (si venderanno poi al mercato a Ramallah) e si torna a casa con le mani che odorano fortissimo di quelle erbe e qualsiasi cosa che si tocca è “contaminata”, e tutta la casa presto profuma allo stesso modo.

La Palestina è bella, a Betlemme ci sono certi vicoli della città vecchia dove rincorrersi e finire col fiatone nel retro di qualche bazaar dove impietosire i venditori e farsi dare un bicchiere di limonata e qualche dattero senza pagarlo, perché siamo ancora nell’età per farlo o perché ci si conosce, o perché mio padre ha comprato da lui il mese scorso la frutta per il pranzo dell’Eid.

Eppure turisti non se ne vedono.

Quando non c’è da andare a scuola a volte sono a Ramallah al forno dove lavora mia madre, porto i sacchi di pane al mercato e dal mercato compro le buste di zaatar che le donne useranno al forno per fare i manakish, deliziosi manakish con olio e zaatar. Faccio sempre avanti e dietro.

Ma la maggior parte dei giorno sto con mio padre a Jericho a vendere le scarpe: si caricano tutte le scarpe nel bagaliaio della macchina e sui sedili posteriori, poi nella piazza principale si stende una stuoia e si mettono tutte le scarpe sopra, in ordine di taglia così che se qualcuno arriva e chiede un quarantatrè so già quale paio prendere. A volte andiamo fino a Betlemme o verso nord a Jenin, quando a Jericho ci sono troppi venditori di scarpe nella stessa piazza; quando sarò più grande potremo vendere contemporaneamente in due città perché avro una macchina mia, una stuoia mia e magari anche un negozio vero.

Un pomeriggio è successo che a Jericho c’era un turista, si riconosceva perché vagava spaesato per la piazza con uno zainetto sulle spalle senza imboccare una direzione vera e propria; è passato due volte davanti alla nostra stuoia di scarpe per poi tornare indietro, cosi ho pensato di chiedergli se potessi aiutarlo. Aveva barba e pelle abbronzata, forse era libanese, o al massimo turco, così gli ho parlato in arabo ma non credo mi capì appieno, comunque mi aveva risposto con un arabo stentato

 “Wein el-ahwe?” (dovè il caffè?)

Come dicono i libanesi, o i siriani, noi in Palestina diciamo qahwe o a anche gahwa a Jenin o nelle campagne, ma lo capii lo stesso, lo presi per mano e gli dissi di seguirmi, che lo avrei portato a prendere un caffè.

Dall’altra parte della piazza Yusef fa il caffè arabo per cinque shekel, amaro aromatizzato al cardamomo, l’ho assaggiato una sola volta, sono ancora troppo piccolo per berlo regolarmente come fanno gli adulti. Il mio turista comunque ne aveva preso uno bevendolo lentamente ad occhi chiusi – come se bevesse un nettare raro – e poi ci eravamo seduti su una panchina lì vicino e mi aveva  raccontato di come stava studiando arabo, ma non era del Levante. Aveva alloggio a Gerusalemme, ed io me lo ero immaginato in partenza da Azaria, appena fuori la Città Santa, dove ci sono i van per la Palestina e sicuro aveva sentito gli urlatori del traffico che chiamano i passeggeri per Ramallah. Finito il caffè gli avevo anche insegnato a contare fino a venti, dato che lui si fermava a dieci, e mi aveva lasciato dieci shekel non so per cosa, visto che non aveva comprato scarpe né altro da me, ma non accettò di averli indietro.

Da quel giorno in cui quel singolo turista si era affacciato nella piazza di Jericho non ne ho più visti, forse si spaventano dei checkpoint israeliani, con tutte quelle armi; noi qui ci siamo abituati ma forse un turista non vuole avere un arma da fuoco puntata al petto mentre è in vacanza, nemmeno per qualche minuto mentre controllano i documenti.

La Palestina è bella, ma nessuno lo sa perché nessuno ci viene, e a nessuno pare che importi che noi sopportiamo l’occupazione ogni giorno, prigionieri della nostra stessa terra.

La Palestina sarebbe ancora più bella, se fosse libera.

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Ramadi riconquistata

di Marcello D’Onofrio

Abbiamo riconquistato Ramadi questa mattina, ventotto dicembre duemilaquindici, e ora tiriamo il primo sospiro stanco e caldo fra le sabbie polverose del Levante.

Lo abbiamo capito perché la bandiera nera con le terribili effigi biancastre è stata smontata dal ex head-quarter, sono state smontate tutte, anche quelle nel quartiere di el-Tamim e quelle all’università di Al-Anbar; lo Stato Islamico – o quello che resta della sua compagine centro-irachena – si è dileguato verso nord est, credo proseguiremo l’inseguimento ma non oggi: oggi è il giorno di tirare un sospiro stanco e caldo fra le sabbie polverose del Levante. Di nuovo nostre.

Ramadi è stata presa dai ribelli dello Stato Islamico circa otto mesi fa, al culmine di una espansione militare iniziata nel duemilaundici, quando le forze americane hanno fatto dietrofront lasciando l’Iraq in un polverone di armi, fumo e lacrime; non intendevano certo armare un gruppo paramilitare di ribelli, ma cosa si aspettavano succedesse dopo aver lasciato un arsenale in una citta medioorientale in preda al panico, alla disperazione e all’angoscia? Il problema degli occidentali è che non vogliono aiutarti a risolvere i tuoi problemi, vogliono risolverli loro per poter pretendere poi una ricompensa, e questo è un po’ tutto il modo di vivere dell’occidente: vivono, agiscono e fanno in visione di cosa potranno trarne in beneficio per loro, è un’ossessione malata forse anche più di certe dottrine estremiste islamiche. Il desiderio di aiutare qualcuno dovrebbe essere alimentato solamente dalla voglia del gesto stesso e non da meri fini o possibilità successive di riscatto come è stato per l’Iraq e il suo maledetto petrolio o chissà cosa altro.

Fatto sta che quando l’ultimo stelle-e-strisce se n’è andato dalle strade di ar-Ramadi è cominciata una corsa per accaparrarsi le risorse militari lasciate, e tre anni dopo ci siamo ritrovati ad essere cacciati dalla citta, dichiarata neo-quartier generale del suddetto stato islamico che non mi penerò di riportare con le lettere maiuscole da qui in avanti.

I moderati, e le forze militare ufficiali, delle quali faccio parte – soldato Nabil al-Nassar, sta scritto su una toppa della mia divisa, sul petto, subito sotto la bandiera Irachena: io e il mio paese siamo una cosa sola – stanche della guerriglia non hanno pensato di smaltire e disfarsi di quelle che ora sono le armi in possesso dei ribelli, fucili italiani, mitragliatori belga, automatiche tedesche e mezzi a ruota e cingolati americani, queste le risorse dello stato islamico, grazie Europa! Grazie Mondo!

E adesso che gli americani ci hanno offerto supporto aereo nella riconquista della città, non oso chiedermi cosa vorranno in cambio questa volta; che si rendessero piuttosto conto di quel che stanno facendo: riparare ad un errorre commesso da loro stessi anni fa.

Per il fastidio di questi pensieri colpisco nervosamente con il pugno da ormai dieci minuti la parete di una ex-casa, sono dentro questo edificio da due giorni, non abbiamo potuto lasciarlo per via della sua posizione strategica per offrire alle altre forze di terra una copertura di fuoco sui ribelli durante l’ avanzamento verso i punti caldi della città fino a qualche ora fa ancora in possesso dello stato islamico; erano case di recente costruzione, un complesso chiamato al-bayt al-‘abyad che letteralmente vuol dire “casa bianca”, costruite in una piacevole posizione centrale. Lo sfollamento e l’evacuamento è avvenuto in maniera automatica e spontanea da parte degli inquilini, e solo Dio sa dove sono andati a stare negli ultimi mesi e dove andranno, ora che la riconquista è terminata e le loro belle case bianche sono state smantellate. Questo è il retroscena della guerra cittadina, andate a guardare le citta del Medio Oriente e chiedetevi quanta dignità vi sia rimasta ancora tra quelle macerie. Macerie di un epoca! Stupende costruzioni testimoni della florida culla delle civiltà del mondo, chi non avrà studiato i due fiumi spettatori della nascita delle prime civiltà europee, il Tigri e l’Eufrate?

Ebbene l’Eufrate l’ho visto scorrere alla mia sinistra lento e triste attraverso Ramadi, porta con se i relitti di un mese di sofferenze e deturpazioni;

L’Eufrate l’ho visto piangere ogni notte e portare le sue lacrime amare nel lago di al-Habbaniyah;

l’Eufrate l’ho sentito chiedermi “perche?” singhiozzando alla riva sotto il ponte “Palestina”, che connette le due metà di Ramadi;

El-Furat, Ana ma’ak el-yom

   الفرات أنا معك اليوم

La casa bianca che occupiamo ha due piani, il piano superiore non è stato toccato, abbiamo lasciato tutto come era: c’e una piccola stanza costellata di immagini e riproduzioni di quell’animale che si vede in televisione negli show per bambini, una specie di mangusta grassoccia con un cappello alla napoleone, c’è un piccolo lettino sfatto e un tavolino con abbozzi di disegni a pastello qua e la, l’inquilino di questa stanza non avrà più di otto anni. L’altra stanza del primo piano è una camera da letto molto ben curata, con belle tende e un tappeto persiano che sembra di ottima qualità, uno specchio per la toletta e un tavolino a muro cosparso di lozioni e altre diavolerie per donna. Una cartolina isolata sul muro mostra la Porta di Ishtar e una scritta a mano che dice

Fatima, ti aspettiamo,

a presto

che Dio sia con te

Ci sono due scarpe basse ai piedi del letto e un caffetano color sabbia orlato di blu ben ripiegato su una sedia; sull’anta dell armadio uno specchio a figura intera dove rivedo me stesso: un viso sporco e impolverato, la barba incolta e gli occhi verdi stanchi che mi chiedono ancora da dove abbia preso il coraggio di lasciare la cattedra di filosofia di una madrasa di Baghdad e indossare una mimetica e imbracciare il fucile per l’esercito iracheno. Ho paura. Ne ho continuamente, ma il disgusto nel vedere il mio paese tracollare anno dopo anno è più grande.

Immagino una giovane mamma e il suo bambino lasciare la casa in tutta fretta a inizio primavera, prendere il necessario e andarsene, lasciare tutto li, come io lo vedo ora, immagino la loro paura, la loro incredulità nell’essere cacciati dalla loro stessa vita, immagino il loro sgomento e il loro chiedersi quando e se torneranno mai nella loro piccola “casa bianca”.

Scendo al piano terra, tre compagni bevono del te e masticano pezzetti di pane.

Il loro riposo è lo stesso di quello delle altre decine di forze di terra che ad Aprile hanno riconquistato Tikrit, altra città irachena del nord, sempre strappata dalle mani dello stato islamico; il nostro riposo è lo stesso della città vecchia di Tikrit, dei suoi monasteri cristiani e dei suoi splendini palazzi color sabbia che aspettano la pietà e la misericordia di Dio.

Mi affaccio ad una delle finestre e una brezza incredibilmente fredda mi toglie la polvere dal viso.

C’è un punto particolare, sul retro della casa che occupiamo, che per un assurdo allineamento di edifici, diroccati e non, fra le macerie posso voltarmi in tre direzioni e rispettivamente scrutare l’ingresso dell’universita di al-Anbar a circa un chilometro sud ovest, il portone bianco marmo della moschea di Maaz Bin Jabal cinquecento metro a Levante, e la meravigliosa cupola blu e oro della moschea di Fardous circa seicento metri a nord ovest. Se anche mi sposto di un passo ecco che un portone smembrato mi compre l’università, o un camion eploso mi impedisce di raggiungere con lo sguardo il marmo della moschea, o ancora un tetto sfondato di una delle “case bianche” ostruisce la magnifica visione della cupola di Fardous. E’ il mio punto preciso.

Comunque è arrivato l’ordine di mantenere le posizioni finché il primo ministro non arrivi in città per innalzare ufficialmente la bandiera irachena sul municipio, noi per conto nostro, abbiamo già tempestato Ramadi di tricolori rosso-bianco-neri, Ramadi è di nuovo nostra.

Ramadi Sunset

Dramma in quattro atti: Nekrassov e Arabella [esistenza e realtà]

di Marcello D’Onofrio

ATTO PRIMO

Nekrassov : ho visto un uomo stamattina
Arabella: si, li vedi sempre, me lo racconti tutte le volte
N : questo era diverso
A : ah si? era come quello di martedi o di giovedi? (sarcastica)
N : no no, era diverso (non si rende conto del sarcasmo di lei)
A : bene, descrivimi anche questo dunque
N : si si, era sulla banchina del treno, se ne stava li come tutti gli altri..
A : visto? come tutti gli altri! (interrompendolo)
N : ma era diverso, si muoveva in un modo… aveva un cappellino bianco e rosso con la visiera di quelli che le persone reali non portano
A : che vuoi dire?
N : che, ecco, non sembrava reale. I suoi movimenti, quel copricapo, e gli occhi grandi, non sembrava una persona reale
A (si interessa) : ah si? e che aveva di strano quel cappello?
N : ma non è solo il cappello, era tutto… i movimenti, gli occhi grandi, la postura! Se ne stava con una postura poco umana, come se a guardarlo non ti aspetteresti che si muova, come una figura dalla quale non ti aspetti la vita, o un movimento
A : però hai detto che si muoveva
N : mmm si si, l’ho detto
A : dunque?
N : dunque erano movimento non prevedibili, come il movimento di una carta per terra mossa dal vento, o i rami di un albero o una tenda.. cioe, movimenti prevedibili ma non nella loro esattezza; sai solo che potrebbe muoversi, potrebbe farlo ma non sai con quali modalità ne per mezzo di cosa ne, se si muoverà, dove potrebbe arrivare.
A (silenzio)
N : saresti in grado di dire quanto lontano può arrivare una cartaccia per strada se viene vento? In realtà non potresti nemmeno stabilire se si muoverà o no, magari c’é dello sporco che la tiene incollata a terra, o magari il vento è troppo debole
A : no, non saprei dirlo infatti.
N : bene, abbiamo chiarito il concetto di movimento che intendevo
A : dunque cosa è successo dopo? se è successo qualcosa..
N : si si, ecco, ero così insicuro che fosse reale o meno, che l’ho toccato
A : l’hai toccato?
N : l’ho toccato
A : perché?
N : perché volevo accertarmi che fosse vero. E l’ho toccato, ho sentito la sua materia e la stoffa della sua camicia e tutto il resto
A : e lui come ha reagito?
N : si è solo girato verso di me, allora io gli ho detto “sei reale”
A : vai avanti…
N : e a quel punto mi ha guardato con una espressione talmente strana che, nonostante lo stessi toccando (si, avevo ancora la mia mano sul suo braccio) mi continuava a parere essere non reale
A : anche se lo stavi toccando? Ti rendi conto che ti eri accertato di… della sua materia, della sua camicia e tutto il resto?
N : si, ma la sua reazione è stata così poco reale!
A : come è una reazione reale?
N : poteva dire, che so, “sento che mi stai toccando”, quello sarebbe stato un fermo riscontro della sua realtà, si si, invece ha solo guardato
A : e il suo sguardo non era abbastanza reale?
N : no, per via degli occhi, già te l’ho detto prima che quegli occhi grandi non sembravano reali, come tutto il resto daltronde.
A : e cosa hai fatto poi?
N : mi sono pentito di aver dato un giudizio così immediato sulla sua realtà, e ho pensato che se magari non fosse stato reale si sarebbe potuto offendere per via della mia affermazione. Capisci? Ho pensato che la materia definisce cosa esiste e cosa no, è una cosa stupida
A : è una cosa logica
N : la logica è stupida allora
A : la logica è razionale
N : non credo che la ragione generi sempre la verità, anzi
A : non ho mai parlato di verità
N : no, l’ho fatto io, vedi, la mia ragione – dopo averlo toccato – mi ha fatto dire “sei reale”, questo è di fatto un percorso logico, ma non per questo vero. Quindi posso essere logico, razionale, stupido e bugiardo allo stesso tempo.
A : (sovrappensiero) mmm ma hai affermato che quel tizio fosse reale solo in base ad una tua supposizione
N : ed è in base ad una mia supposizione che ho pensato l’esatto contrario! Che poi è quello che continuo a credere tutt’ora. Perché per esempio non mi sono accostato a quell’uomo e, senza toccarlo, non ho detto “non sei reale”?
A : forse perché non ne eri convinto e hai voluto toccarlo per accertarti che lo fosse
N : appunto, il tatto non può da solo decidere prerogativa sull’esistenza di qualcuno
A : il tatto resta un buon modo per definire se qualcuno o qualcosa esista
N : si, ma non deve essere vincolante, quindi evitare di dire “esiste solo quello che si può toccare”
A : può darsi (distoglie lo sguardo)
Nekrassov allunga la mano e con un dito tocca il fianco di lei
Arabella salta e lo guarda stupita : che fai?
N : ecco, quando ho detto che il tatto non va usato come unico strumento per accertarsi dell’esistenza di qualcosa tu hai subito abbassato lo sguardo come se fossi certa del contrario, e come se sapessi che tu stessa – in virtù di questo – non esisti, e volevo accertarmi..
A : e..?
N : non so, ho toccato il tuo fianco, ma questo non prova che tu esista
A (ammutolita)
N : ma forse il fatto che tu mi abbia chiesto un riscontro ti pone in una luce diversa di esistenza, l’uomo che ho toccato non mi aveva chiesto nulla
A : un sasso non ti chiederebbe nulla, eppure esiste
N (pensoso)
A : vuoi negare l’esistenza dei sassi, e degli oggetti e di tutto quello che non è in grado di chiederti o darti un riscontro verbale della loro esistenza?
N : io non nego nulla, io sono solo uno che osserva e penso che un sasso, anche se tangibile, non è necessariamente qualcosa che esiste, vedi, io vengo dopo…
A : come puoi definire se qualcosa esiste o meno allora, come puoi dire se quel sasso esiste o no
N : no, ecco, ho toccato il tuo fianco ma non posso confermare che tu esista, quindi se non credo di poterlo fare con certezza su una persona non vedo come possa farlo su un sasso.
A : no, è sbagliato, in genere si passa dall’elemeno meno complesso al più complesso, per esempio “se non so dirlo di un sasso non vedo come possa farlo di una persona”
N : ah si?
A : mah, non ha molta importanza comunque
N : non saprei
A : non so quanto consideri un’affermazione fatta da una persona di dubbia esistenza (risatina)
N : non dirlo
A (divertita) : la mia esistenza a questo punto è in totale dubbio!
N : non dovresti dirlo affatto
Arabella divertita d’aver trovato una corda sensibile, continua : potremmo anche essere entrambi due persone in gradi di toccarsi a vicenda e in grado di stabilire, in funzione di questo, la loro reciproca esistenza, ma potremmo comunque essere entrambi non veri, non reali.
Nekrassov ha un fremito alla mano sinistra, vorrebbe toccarsi ma si contiene
A : vedi, le cose sono veramente reali e normali quando confrontate con qualcosa di esterno, ma in relazione a loro stesse potrebbero essere qualunque cosa; siamo un sistema chiuso inesistente (afferma con un sorriso)
N (sta prendendo sul serio la cosa) : quale sistema esterno? che confronto esterno?
A : se tu fossi in una stanza con altre persone e iniziassi ad urlare, solo tu, saresti una persona che urla, e un esterno noterebbe nel sistema stanza che tu sei l’elemento che non va, l’elemento diverso. Ma se tutti nella stanza urlassero, un osservatore esterno direbbe “ecco, nel sistema stanza tutto procede bene, è un sistema stanza di urlatori”. Sarebbe piuttosto strano il contrario
N : e cosa c’entra con l’esistenza questo?
A : la nostra esistenza potrebbe essere vera solo in relazione a noi stessi, ma un esterno, reale, potrebbe pensare “guarda quei due poveretti, continuano a dirsi a vicenda che esistono”
N : e chi ci dice che non sia lui quello non reale? Lui avrebbe più motivo di noi di essere inesistente dal momento da solo afferma la sua stessa esistenza, noi possiamo affermare la nostra a vicenda. Sono due pareri contro uno.
A : tu hai già detto che non sei sicuro della mia esistenza
N : posso ritrattare se serve a confermare anche la mia, di esistenza
A : non ti pare che sia un poco egoistico affermare la propria esistenza?
N : come il tizio esterno che ci guarda?
A : si, quel bastardo
N : affermiamo che esistiamo noi, così lui cesserà di esistere immediatamente
A : si, mi sembra una buona idea (poggia una mano sul petto di lui) io ti sento, quindi esisti
N : e tu esisti in virtù del fatto che senti la mia di esistenza
A : bene
N : bene
A : bene
N : come la mettiamo col tizio del treno?
A : magari era lui l’esterno che doveva giudicarci
N (terrorizzato) e io gli ho detto che era reale!
A : ma non l’hai pensato comunque, e nonstante averlo toccato continui a pensare che non sia reale
N : si, infatti.
A : che aspetti il suo treno dunque
N : un treno surreale.

ATTO SECONDO

Nekrassov e Arabella sono seduti ad un caffè e aspettano un amico, Gregorio

Nekrassov : beh? Te ne stai zitta zitta
Arabella : non ho nulla da dire, tutto qui. Tu vuoi sempre che dica qualcosa
N : non voglio che tu parli, voglio piuttosto che non te ne stai muta
A : che differenza fa?
N : se volessi soltanto sentirti parlare mi andrebbe bene qualsiasi cosa dicessi, ma non è così, voglio vedere che non stai zitta, e che dici una cosa ogni tanto di quelle che ti frullano nella testa
A : pretendi troppe cose che alla fine mi fanno stufare
N : è anche per questo che prima ho dubitato della tua esistenza
A : ormai abbiamo confermato la nostra esistenza, non puoi ritrattare, anche perché spariresti anche tu, con me
N : si si, me lo ricordo
A (pausa, poi vede Gregorio avvicinarsi) : eccolo che viene
N : guarda come cammina bene, lui si che è uno ben reale e definito
Arabella ignora l’osservazione di Nekrassov e saluta Gregorio) : ciao Gregorio, vieni, siedi con noi
Gregorio è un ragazzo molto insicuro, tituba parecchio prima di scegliere su quale sedia sedere e continua a guardare nervosamente a turno prima l’uno, poi l’altra abbozzando sorrisetti
Nekrassov si limita a sorridergli e ad ammirare l’essere reale di Gregorio
A : allora, come va?
G : guarda qui (gregorio stende le mani davanti ad Arabella) ho tagliato le unghie della mano sinistra
A : perché non la destra?
G : credo di avere le dita della mano destra più corte, quindi lascio le unghie più lunghe, così non me ne accorgo
Nekrassov da una leggera gomitata ad Arabella e le sussurra piano : te lo dicevo che è uno che esiste alla grande!
Arabella esamina le dita di Gregorio : si, in effetti sono più corte nella destra
G : che faresti se avessi anche tu le dita più lunghe in una mano?
A (per spaventare gregorio) : probabilmente taglierei via l’ultima falange delle dita più lunghe…
Gregorio inorridito chiude le dita a pugno e ritira le mani
N : non darle retta, sarebbe piuttosto capace di attaccarsi delle falangi finte nella mano con le dita più corte, le donne difficilmente si privano di qualcosa, piuttosto preferiscono aggiungere
A : questo non è esatto
N : di cosa ti sei privata negli ultimi due mesi?
A : del rammarico di non aver comprato un vestitino rosso lo scorso giovedì. E bada che questo vale doppio
N : perché mai?
Gregorio che pareva non aver seguito il discorso, risponde : perchè le privazioni sono due, la prima è per non aver comprato il vestitino, e la seconda è per essersi liberata del rammarico di non averlo comprato
A : è esatto
N : perché non l’hai comprato?
A (divertita) : per avere una risposta valida da darti oggi e smentire una delle tue tante idiozie
N (non si rende conto dell’assurdità dell’affermazione ne del tono burlesco di lei) : credo che saresti stata più felice se avessi comprato quel vestitino rosso ed  avresti avuto una coscienza intellettuale al fosforo; anche perchè se lo hai fatto apposta non ha valore, è solo per avvalorare una tua tesi o piuttosto smentire la mia
A : cosa è una coscienza intellettuale al fosforo?
G : è la coscienza di se, quella che sviluppi quando ti rendi conto che hai le dita della mano destra più corte dei quelle della sinistra, per esempio, credo
N : no in realtà mi piace la parola fosforo ed erano giorni che cercavo un pretesto per usarla, ma è così difficile!
A : fosforo sta bene con coscienza, si si
N : quel vestitino rosso ti sarebbe stato bene allo stesso modo
G : fosforo
A : cosa è, poi?
N : fosforo, cosa senno?
A : si, ma cosa è?
G : sono solo lettere che creano suoni che creano immagini che creano sensazioni che creano pensieri
A : fai della poesia?
G : ma no, cioè, si
N : non credo stesse facendo della poesia
A : zitto tu. Va avanti Gregorio!
G : si, ecco, pensieri che creano ideali che creano azione!
A (entusiasta) : si si, vai avanti ancora!
G : e poi ancora vestitini rossi ovunque cuciti con ciò che resta dei rimorsi sfilacciati di tutte le ragazze del mondo, e ancora tavolini rotondi come questo e sigarette spente nel posacenere e cenere che suona quasi come fosforo…
A (eccitata) : si! si! una poesia bellissima!
Nekrassov è accigliato e perlplesso
G (conclude la sua poesia) : …e un cenno del capo di una donna che fa sì, è tutto quello che basta ad un uomo!
N : è la poesia più assurda che abbia mai sentito
A : sei geloso?
N : dovrei?
A : forse, una volta hai scritto anche tu dei versi
N : te l’ho detto tante volte che non erano versi, erano avvenimenti, cose che succedevano alle quali assistevo, e comunque non ti sono mai piaciute
A : no, erano troppo reali, troppo poco poetiche
N : non era mio intento far poesia infatti
A : avresti dovuto, vedi Gregorio come ne ha fatta? Bravo Gregorio! (applaude)
G (imbarazzato) : dovrei scriverla la prossima volta, già non la ricordo più
A : ah ma non importa, la poesia va letta una volta per ogni volta che la si pensa
G : eh?
A : non lo so, ho detto una cosa che mi è piombata in testa ma non saprei spiegarla
N : questo è il genere di cose che mi piace sentirti dire, queste cose che piombano così
A : sei contento allora?
N : si, ma non bisogna dirlo, solo viverlo
G : siamo qui che parliamo da un po’ e non ho ancora bevuto nulla, tantovale che me ne vada. Quella poesia mi ha proprio sfiancato
A : bene, se devi andare vai allora. Potevi bere qualcosa certo..
Gregorio fa per alzarsi, poggia le mani sul tavolo, le ispeziona ancora un momento, poi si alza definitivamente, saluta e se ne va.
N : è proprio vero. Chiunque altro avrebbe ordinato un caffé o un succo o chissà cosa invece lui no, è venuto qui, ha improvvisato quella poesia orrenda e se ne è andato senza bere nulla. E’ una delle persone più reali che conosca
A : non era orrenda
N : ti piaceva davvero?
A : non lo so. Si. No. Non lo so, non ha importanza ora, ormai è andata
N : gli piaci
A : non quanto piaccio a te
N : no, forse no. Perché pensi che mi piaci?
A : perché ti tratto con superficialità eppure mi sei sempre intorno
N : e perché mi tratti con superficialità?
A : perché mi sei sempre intorno
N : l’hai usata già come conseguenza del fatto che mi piaci, non vale
A : vale tutto
N : sei una ragazza svogliata
A (si intristice) : si
N : dovresti fare qualcosa al proposito
Arabella comincia a piangere piano
N : che hai ora?
Arabella si accosta a Nekrassov e appoggia la testa sulla spalla di lui
A (in lacrime) mi dici ancora che esito?
N (in silenzio, ammutolito)
A (ancora in lacrime): dimmi almeno che esisti tu
N : non è così che funziona, è una cosa che si deve costruire col tempo. Adesso calmati però.

ATTO TERZO

Arabella ed un uomo, per strada. Lei è ferma davanti ad una vetrina, lui le si avvicina.

Uomo : salve signorina
Arabella si volta e guarda l’uomo
U : perdoni la mia intrusione, l’ho vista guardare questa vetrina giovedì, e la ritrovo qui oggi
A : cosa fa, mi segue?
U : ma no, affatto (sorride pacato)
A : beh allora non dovrebbe sapere che sono venuta qui anche di giovedì
U : beh eppure ero qui. (accenna col capo alla vetrina) Quel vestitino rosso le piace proprio eh?
Arabella si fa un poco rossa : tante cose mi piacciono a questo mondo
U : sicuro, anche io sono passato un paio di volte davanti a questo berretto prima di comprarlo (indica il copricapo rosso e bianco che indossa)
A : beh non è affatto bello invece
U : ah no? e perche?
A : una persona reale non se lo metterebbe mai
U : dici questo per tuo conto o l’hai sentito da altri?
A : non ha importanza
U : oh invece si che ha importanza, vedi, due pareri fanno una realtà, mentre un solo parere fa una affermazione
A : che vuoi dire?
U : che se due persone pensano che il mio berretto non verrebbe ma indossato da una persona reale, beh, forse hanno ragione. Ma se a dirlo è una sola persona, e tutte le altre si astengono o prendono per buona quella affermazione, resta appunto una affermazione, niente di più.
A : due matti dicono il vero, piuttosto che un sano, dunque?
U : non si parla di verità, ma di realtà. Se due matti che dicono la stessa cosa, beh puoi star certa che quella cosa è così. Ma se un sano dice una cosa, non saprai mai se è una stupidaggine o una realtà
A : non ha molto senso quello che dice, e poi ha anche smesso di darmi del lei, non dovrebbe, nemmeno la conosco
U : mi perdoni
A : ormai non ha senso tornare a darmi del lei
U : come preferisci
Una ragazza entra nel negozio.
A : e comunque, se due matti dicessero una stupidaggine, sarebbe anche in quel caso reale?
U : si, sarebbe una stupidaggine reale
A : ma resta una stupidaggine
U : preferiresti che ti venisse detta una reale stupidaggine o una falsa affermazione?
A : certe volte le false affermazioni vanno dette
U : non rispondi alla mia domanda
A : preferirei una reale stupidaggine, detesto le bugie
U : bene, ora ti dirò una reale stupidaggine
A (in attesa)
U : io e te siamo due matti
A : quindi diciamo reali stupidaggini?
U : c’é questa possibilità, si, se concordassimo nel dirle
A : beh io non mi sento una matta, il mio compagno, Nekrassov, un po’ lo è
U : perché lo pensi?
A : non sono fatti che ti riguardano
U : mi scuso
A : bene
Una ragazza esce dal negozio, indossa il vestitino rosso che non è più esposto in vetrina.
L’uomo indica la ragazza che si allontana : che te ne pare?
A : non mi fa nessun effetto, questa mattina mi sono già privata del rimorso di non aver comprato quel vestito
U : eppure sei tornata qui
A : si, volevo vedere che forma avesse la mia privazione
U : e che forma ha?
A : la forma di un vestito rosso, la stessa che avrebbe se non me ne fossi privata
U : perché non l’hai comprato poi?
A : perché ho capito che non ne avevo bisogno, lo volevo e basta, e se dovessi ottenere tutto quello che voglio ogni giorno di ogni mese, mi ritroverei con cianfrusaglie inutili. Cerco di capire cosa realmente voglio prima di prendermelo.
U : e cosa hai preso finora?
A : il mio compagno
U : il matto?
A : si, il matto
Nekrassov sopraggiunge, guarda l’uomo e si blocca di colpo riconoscendo in lui, il tizio sulla banchina del treno che aveva toccato. L’uomo gli sorride
A : che hai?
Nekrassov dando le spalle all’uomo sussurra ad Arabella : è lui! L’uomo non reale!
A : impossibile! l’avevamo fatto sparire quando abbiamo affermato la nostra di esistenza
N : si ma è ancora qui, è lui!
A : che facciamo ora?
N : dobbiamo dirglielo in faccia credo. E’ tutta colpa mia, sono stato io a dirgli che era reale
U : salve, tu devi essere il matto! (porge la mano a Nekrassov che si volta diffidente)
Nekrassov esamina la mano, poi si rivolge ad Arabella : ha anche le dita dellla stessa lunghezza, il che vuol dire che non ha una coscenza a fosforo (storce la bocca)
U : si si, devi proprio essere tu il matto, non ci sono dubbi
Arabella resta interdetta
L’uomo ritira la mano dal momento che Nekrassov non la stringe, poi un po contrariato : non sta bene rifiutare una amichevole stretta di mano
N : ci siamo già incontrati, perché allora non mi porgesti la mano?
U : beh perché mi stavi già stringendo, il braccio e non la mano, ma lo stavi facendo (sorride)
N : era solo per…controllare
U : cosa? che Esistessi
N : propriamente
U : e deduco che ne sei rimasto soddisfatto visto che non hai mancato di ricordarmi che sono reale, in quella occasione
N : ma non lo penso, adesso, ne prima
A : e non lo penso nemmeno io
L’uomo in quel momento chiude la bocca e si ammutolisce
Nekrassov lo guarda esterrefatto, poi sorride eccitato ad Arabella : si! Brava! Bastano due pareri per fare una realtà! Sei intervenuta al momento giusto
A : quindi è così che si è quando non si esiste? Muti come un pesce e con gli occhi vuoti.. (esamina l’uomo)
N : non ha importanza come si sta, ha importanza che io e te siamo reali, e questa volta glielo abbiamo detto in faccia
Arabella si getta al collo di Nekrassov e lo bacia
N : non credi che potremmo essere pericolosi?
A : che vuoi dire?
N : decidere sull’esistenza di altri…
A : lui non si sarebbe fatto scrupoli a decidere sulla nostra a quanto pare
N : il mondo è pieno di persone malvagie
A : già, ti fanno sparire in un attimo, come nulla..
N : guarda lì, che sguardo perso, è proprio inesistente ora, con quel ridicolo berretto per persone inesistenti…
A : gli sta bene però
N : se non sta bene a lui a chi altri?
Arabella esplode in una risata, poi, rivolta a Nekrassov : se un matto!
N : sei un po’ matta anche tu dai!
In quel momento l’uomo riprende vita, si stropiccia gli occhi e si stiracchia
Arabella tappa la bocca a Nekrassov con un gesto istintivo : no! Cosa dici! Ora siamo due matti e due matti dicono stupidaggini reali!
Nekrassov guarda incredulo Arabella, poi l’uomo che ha ripreso ad esistere. Prova a parlare ma Arabella le tappa ancora la bocca, quindi bofonchia qualcosa verso Arabella.
A : esatto, se siamo due matti che dicono stupidaggini, tutto quello chee abbiamo detto su di lui era una stupidaggine, quindi esiste ancora! (comincia a singhiozzare)
L’uomo pare sia ancora un poco intontito : oh, perché piangi cara?
Arabella continua a tenere le mani sulla bocca di Nekrassov e singhiozza : io non sono matta no, devi essere solo tu il matto (singhiozzi) ma se lo dico solo io non ha valore, deve dirlo qualcun altro (singhiozzi)
U : su su, cara, non piangere così
Arabella continua a piangere e a tenere Nekrassov azzittito; poi si rivolge ad una passante che camminava da quella parte : ei tu! tu! (singhiozzi) di che non sono matta! per favore!
La passante si spaventa e corre via. L’uomo “fa no” col capo e tenta ancora di tranquillizare Arabella che però è nel panico.
U : vedi, nessuno ti darebbe della sana di mente in queste condizioni, prova almeno a calmarti prima di chiedere un parere
Nekrassov finalmente si libera della presa della ragazza e chiede spiegazioni : perché si è risvegliato? che vuol dire quella storia dei due matti?
A (parla fra i singhiozzi) : ecco vedi, se due matti dicono una cosa è possibile che sia una stupidaggine, reale, ma sempre stupidaggine… e quindi non vale più quello che abbiamo detto di lui, perché tu hai detto che anche io sono un po’ matta.. (singhiozza piano adesso)
N : quindi è stato tutto inutile
A : …e io preferisco che mi si dica una stupidaggine piuttosto che una bugia
L’uomo porge un fazzoletto ad Arabella, che lo prende e si soffia il naso
N : come è soffiarsi il naso con un fazzoletto reale?
U : vorrai piuttosto chiederle come è soffiarsi un naso inesistente con un fazzoletto reale
Arabella e Nekrassov sbarrano gli occhi
U : si beh, se io esisto, saprete bene quale è la condizione affinche questo accada
Nekrassov non si contiene e comincia a toccarsi. Arabella smette improvvisamente di piangere e gli da uno schiaffo.
A : smettila, puoi toccarti quanto vuoi, ha ragione, non esistiamo più.
Nekrassov è senza parole e contnua a darsi pizzichi ovunque
U : posso riavere il fazzoletto, per favore?
Arabella glielo porge.
U : uh, grazie.
Cala un silenzio innaturale fra i tre. L’uomo decide di romperlo
U : beh, dunque, credo che dovreste andare ora, sapete, questa strada, questo marciapiede, questa vetrina, il suo rimorso che se ne va in forma di vestito rosso e tutto il resto, sono cose per persone reali, non potete stare qui.
A : e dove andiamo?
U : non lo so, non dovremmo nemmeno parlare in realtà
A : andiamocene Nekrassov
N : non è giusto
U : comunque devo lasciarvi, ho una attività da portare avanti (indica il negozio di vestiti)
A : sei il proprietario di quel negozio??
U : e fino a pochi minuti fa ero anche il proprietario di quel vestitino rosso, il che mi rendeva di fatto proprietario di un tuo rimorso
Arabella si porta le mani al petto come privata di qualcosa di intimo e prezioso.
A : dovrei inseguire quella ragazza e strapparglielo di dosso
U : dovreste andare puttosto, davvero. A presto
L’uomo entra ne negozio, si posiziona dietro la cassa e, attraverso la vetrina continua a guardare i due fuori, sul marciapiede impietriti.
Arabella prende per un braccio Nekrassov e fa per dirigersi verso una direzione qualsiasi, poi si blocca e prende quella opposta, ma si blocca ancora
A : dove dobbiamo andare?
N : se non sappiamo dove vogliamo andare, non ha molta importanza quale direzione prendere.
Nekrassov trascina piano Arabella altrove.

ATTO QUARTO

Arabella e Nekrassov, di nuovo soli.

A : ho visto una donna stamattina
N : ah si? Strano detto da te
A : questa volta è diverso
N : infatti, non me lo racconti mai
A : era per strada, una ragazza come tante, eppure
N : eppure cosa? Non ti sembrava reale?
A : era realissima
N : dunque?
A : dunque aveva qualcosa di mio
N : queste ladruncole ormai sono ovunque, scommetto che hanno le braccia più lunghe del normale, riescono acciuffare una borsetta o un pettine in un attimo, e quando te ne rendi conto sono già lontane con quella loro corsa stramba e le braccia che gli penzolano di dietro con tutte le mercanzie del mondo!
A : non sono stata derubata da nessuna ladruncola
N : ah
A : dove hai visto quelle ladruncole con le braccia lunghe?
N : ancora da nessuna parte, ma se dovessi beccarle le rincorrerei, credo
A : come fai a dire che esistono se non le hai nemmeno viste
N : non so, so che ci sono. penso sia per via della mia coscienza al fosforo
A : si, può darsi
N : dunque, cosa aveva di tuo, quella ladruncola?
A : non era una ladruncola
N : si, scusa
A : aveva un mio rimorso
Nekrassov sbarra li occhi : non dovresti lasciare incustodite cose così personali, dove l’avevi lasciata?
A : appesa in una vetrina
N : dovresti fare attenzione alle tue cose
A : si, ero tornata apposta a controllare che fosse ancora li, e me la sono fatta prendere sotto gli occhi, mi sono distratta
N : vuoi che la rincorra?
A : l’ho già fatto io
N : non mi dire!
A : esatto. l’ho rincorsa e gliel’ho strappato di dosso
N : caspita, ci tenevi proprio tanto. Era tutto integro…questo rimorso? In genere la gente ci si pulisce le mani dopo aver raccolto le foglie per terra o dopo essersi infilata le dita nel naso, specie se non è il loro, lo usano come uno straccio
A : hai idea di che forma abbia un rimorso?
N : no
A : vuoi che te lo descriva?
N : no, questo non cambia l’uso che ne fanno gli altri
A : infatti, comunque si, si è un po’ strappato, ma non fa nulla. Non devo usarlo, devo solo custodirlo
N : dove l’hai messo ora?
A : l’ho chiuso in un baule, ho deciso che in quel baule metterò tutti i rimorsi, se dovessi averne ancora
N : credo che i rimorsi non siano cose buone, non dovresti predisporre addirittura un luogo dove custodirli. Sembra che ti aspetti che ne verranno altri
A : ne verranno, probabilmente
N : ti ripeto che non dovresti
A : tu ne hai? Di rimorsi intendo
N : forse si, forse no, non so che forma abbiano, non so riconoscerli
A : beato te, forse è meglio così
N : Gregorio saprebbe riconoscerli, lui è uno che sa un sacco di cose anche se non sembra
A : anche lui avrà i suoi rimorsi
N : è umido qui
A : dove siamo?
N : non so nemmeno come siano fatti i rimorsi, non posso sapere che posto sia questo
Arabella ci pensa un po’ su
N : e bada che questa volta l’ho detto bene, sono andato dal meno complesso – i rimorsi – al più complesso ovvero il luogo dove siamo
A : si, questa volta l’hai detto bene
N : dove siamo?
A : l’ho chiesto io a te prima, quindi non lo so
N : pensavo lo sapessi visto che sai riconoscere i rimorsi
A : è umido
N : l’ho già detto questo, di qualcosa di nuovo
A : è opalescente
N : si, da fastidio agli occhi
A : hai paura?
N : dove hai messo il baue?
A : non so era qui un minuto fa
N : no
A : ti dico che era qui!
N : rispondevo alla tua domanda. Non ho paura
A : nemmeno io
N : siamo soli, io e te e in un luogo umido e opalescente privato di un baule al cui interno c’é un rimorso strappato
A : è una poesia? Mi piace
N : te lo ripeto di nuovo, non sono poesie, sono avvenimenti. Descrizioni.
A : mi piace
N : di più della poesia di Gregorio?
A : si, di più della poesia di Gregorio
N : era orrenda, improvvisata, non si reggeva in piedi nemmeno a volerglielo concedere per pena
A : non essere duro con lui
N : tanto a lui che gli cambia? Lui esiste, non viene minimamente scalfito da quello che due pazzi inesistenti possano pensare
A : già, già. Quindi alla fine non siamo mai esistiti?
N : credo di no, e mi secca parecchio
A : mille fatiche inutili, a saperlo prima avrei passato tutti questi anni sdraiata su un divano a smaltarmi le unghie fino a rimanere stordiata dalle magnifiche esalazoni dello smalto
N : continui a creare rimorsi, vedo, non ti basterà un baule. Hai appena fatto della tua vita un enorme e succoso rimorso
A : se ti avessero detto, da bambino, che fra una decina d’anni avresti scoperto di non eisstere, che avresti fatto?
N : non l’hanno fatto
A : si ma che avresti fatto?
N : non l’hanno fatto, quindi non posso rispondere. Ma non rimpiango nulla.
A : mi serve un baule più grande
N : decisamente
A (si prende una pausa) : eppure siamo ancora qui
N : che vuoi dire?
A : non è forse questa, esistenza?
N : a quanto pare no
A : però parliamo
N : si
A : credi che possiamo anche toccarci?
N : non ti vedo, non saprei dove allungare la mano
A : oh, è vero
N : in realtà non vedo nemmeno la mia di mano
A : potresti dire dove sono, basandoti sulla mia voce?
N : a nord, e io?
A : a est
N : mi è sempre piaciuto l’oriente, Un giorno farò un viaggio da qualche parte in oriente
A : non puoi, nemmeno riesci a vederti le mani, come potrai prendere le valigie, e passare il biglietto aereo ai controllori?
N : già e poi loro non vedrebbero me
A : viaggeresti gratis, intrufolandoti ovunque senza fare il biglietto
N : non è poi male questa inesistenza, viaggi gratis!
A ( silenzio)
N : verrei a nord a trovarti, tanto è gratis!
A : (silenzio)
N : ci sei?
A : si
N : che hai?
A : mi secca che non riesca a vederti. Mi secca tremendamente
N : quando mi vedevi dopo un po’ che parlavamo abbassavi lo sguardo
A : adesso voglio vederti invece, e appoggiare la testa sulla spalla come faccio sempre
N : la mia spalla è a sud-est, vuoi provare?
A : che devo fare?
N : inclina la testa verso sud est e prova a sentire se trovi la mia spalla
A : si si! la sento!
N : e io sento il tuo peso! Che strano! Provo ad abbracciarti
A : non sento le tue braccia
N : devo aver abbracciato qualcun altro, c’e pieno di gente qui, hai notato?
A : si, non si vedono ma sono ovunque
N : sei sicura che sei appoggiata sulla mia spalla?
A : si
N : come lo sai?
A : perché so come è la tua spalla. C’e un ossicino che spunta che all’inizio da fastidio, ma poi diventa comodo quando ci fai l’abitudine
N : provo ad abbracciarti di nuovo
A : ecco si, ora forse si, ti sento
N : sei bellissima
A : nemmeno mi vedi
N : mi ricordo
A : che sto facendo ora?
N : qualsiasi cosa
A : indovinato!
N : questa era facile
A : perché?
N : perché non esistiamo, quindi qualsiasi cosa fai, non esiste
A : però ci stiamo toccando
N : si
A : significa qualcosa?
N : magari siamo solo ciechi
A : ho trovato il baule! E’ sempre stato qui, dovevo solo allungare la mano un po’ più in là
N : controlla che il rimorso sia ancora li, con tutta questa gente c’è il rischio che te l’abbiano preso
A : si si, è qui
N : lo hai visto o lo hai sentito?
A : non lo so, però è qui
N : fa una bella differenza
A : sai, sono molto più tranquilla ora che so che sei qui, e sento la tua spalla
N : non ti secca più?
A : no, potrei stare così per un bel po’, ti aspetterei quando mi vieni a trovare di ritorno dai tuoi viaggi gratis in oriente, e mi occuperei di te
N : non suona male come piano
A : no affatto, sto sorridendo
N : anche io
A : bene
N : sai, se non sapessi che non esisti, direi proprio che sei una tipetta reale. Direi “ecco, la vedete quella lì, quella tipetta che chiude quell’enorme baule – ci si siede sopra – e poi si controlla che le dita delle mani siano ancora tutte della stessa lunghezza, e si liscia la gonna per mandar via le pieghe, ecco, quella deve essere sicuramente reale, guardate come si muove, come volta la testa in modo spontaneo, esiste tutta.

FINE

Nekrassov e Arabella Morgan

Arabella Morgan sedette un giorno al tavolo d’un Re, gli baciò la mano con cortesia, sorrise ingenua e gli rubò l’anello; si promise in sposa a quattro cortigiani, ne sposò due di martedì e vendette l’anello agli altri due: col ricavato comprò un loculo nel cimitero di San Giacomo.
Nekrassov ha ucciso un uomo e aspetta, in silenzio, d’esser perdonato.

Nekrassov capì di essere eterno un pomeriggio colto da una pioggia a sorpresa ripensando al fianco della donna che fu sua un pomeriggio uguale a quello in una camera d’albergo dove aveva piuttosto rievocato un altro pomeriggio precedente, ahimè assolato, altrove, con un altra donna; e di nuovo a quell’albero maestro di una nave dal quale si buttò.
Arabella Morgan e la sua bella lapide stanno, coperte di verde edera, nel cimitero di San Giacomo.

Arabella Morgan colse un giorno un fiore, vi staccò i petali ad un ad uno fingendo d’aver un uomo che l’amasse decidendo con quel gesto il suo fittizio amore per lei – ma non l’amava, disse l’ultimo petalo, quindi ne spezzò lo stelo e ne mangiò il pistillo (i fiori non vanno mai colti), quel fiore morì quel pomeriggio, e lei se ne tornò con la bocca amara.
Nekrassov impugna un martello e sta, nell’ombra, in un vicolo d’una città qualsiasi.

Nekrassov capì d’aver perso il suo tempo quel pomeriggio di pioggia quando s’era soffermato su un precedente pomeriggio passato altrove, a pensare al fianco della donna che fu sua per quell’attimo con neanche troppa convinzione e le/si disse tra se:  ma tu chi sei? perche non piangi, ora, che ne avresti motivo?
Arabella Morgan sta, distratta e seminuda, tra la gente del porto.

Arabella morgan si vestì da uomo un giorno, perché non si sentiva donna o forse perché stufa d’esserlo – donna forse, non lo era mai stata veramente – e bevve spiriti, fumò tabacco e imprecò il buon Dio per quattro giorni; al quinto – che non si ricordava più d’essere stata donna, un tempo – il suo piccolo cuore le sussurrò piano che non sarebbero stati insieme ancora per molto.
Nekrassov acquista un anello da una cortigiana, alla corte d’un Re, dopo esser stato promesso in sposo a quella cortigiana.

Nekrassov partì per mare, in giugno, che faceva ancora freddo e nessuno voleva crederci tanto che si schermavano gli occhi con certi vetri scuri e urlavano vittoria ad ogni passante amabile che concedeva il suo piccolo seno agli avventori; s’arrampicò sull’albero maestro e lì rimase, per più di due mesi.
Arabella Morgan non piange, e mai lo farà.

Arabella Morgan s’è drogata stamattina, il cielo ha il colore della sua pelle, le guance quello delle nuvole che dicono che pioverà; adescava i passanti ma s’e dimenticata di togliersi il camuffamento da uomo, solo un ragazzetto biondo le ronzava intorno incuriosito.
Nekrassov, incredulo e deluso, si butta dall’albero maestro della goletta in balìa della tempesta.

Nekrassov venne derubato di un anello che acquistò alla corte d’un Re, da un contendente come lui: con pochi sogni sbiaditi nelle tasche e una donna da baciare una domenica al mese senza pretese, e da dimenticare per il resto della settimana; seguì il contendente fino a perderne le tracce in una città qualsiasi.
Arabella Morgan sta, stordita e persa, in un vicolo nell’ombra di una città qualsiasi

Arabella Morgan fece l’amore con un ragazzo una volta, aveva gli occhi chiari e sbarrati e le labbra di una scultura folle e stupenda, “ecco vedi, nonostante questo tu non sei nulla, io non sono nulla” gli disse mentre quello era intento a passare il suo indice pallido sul fianco di lei, perso in pensieri da innamorato.
Nekrassov viene trovato in mare a largo dell’Irlanda, il suo corpo.

Nekrassov colpì più volte una sagoma barcollante di vicolo scuro una notte, quella emise versi striduli prima di morire e quando il copricapo cadde sul selciato una chioma riccia di donna sanguinò a terra, grandi occhi tristi e un piccolo seno tradirono l’identità nascosta di donna.
Arabella Morgan si sveglia in un letto dopo una notte d’amore, ma è sola.

Nekrassov e Arabella Morgan non si sono mai amati.

il fianco della mia donna

[Fra tutti i possibili squilibri che un uomo può vivere in virtù di,]

E’ come una specie di camminata a dorso di asino sulla cresta di una montagna tipo tibet o posti anche piu verdi, raggiunto il passo si procede in silenzio lungo il crinale, se ne vedono parecchie di panoramiche così nei film, di solito con una bella musica con flauti o roba simile, e si è saggi in quel frangente lì, molto saggi; oppure come le ballate country-blues anni 70′ statunitensi di quelle che se ascolti oggi dici “porcamiseria che roba, e staresti li a ciondolarti all’infinito con la schiena appoggiata alla parete terrace del tuo appartamento vittoriano dal quale si vede lo strand e tutto il molo se solo ti affacciassi ma puoi solo tenerti la testa fra le mani piano, e pensare “non finirà”; o come nei posti dietro di un taxi tx3: nero sei piuttosto ubriaca o stanca o altro e ti sballotta un po l’andamento e il tassista non sa nulla di te e tu pensi “il tassista non sa nulla di me, posso fare quello che voglio” e allora dici una parola a caso ma quello e’ abituato e dà solo un occhiata allo specchietto interno e tu te ne accorgi e ti sta bene così, poi dai un bacio al vetro interno del taxi umido e probabiomente resterà lì per sempre. Ecco. E’ questo il fianco della mia donna, quando ha la pelle d’oca.

[c’è il mio: il fianco della mia donna]

Kensington Rd

di Marcello D’Onofrio

Ognuno ha il suo pezzo di strada che percorre con maggior frequenza in assoluto, quello di cui conosci ogni angolo, ogni insegna, ogni maniacale dettaglio. A Belfast è stato per me la Dublin Road: cafe azizzi sulla sinistra che aveva appena aperto e il tizio bengalese offriva assaggi per farsi clientela e l’ho preso nonostante non mi andasse e avevo tremila fisse su carboidrati e altre zozzerie da non mangiare; salvation army sulla destra poco più avanti con tizi imbellettati over 60 visti una sola volta sentirsi piuttosto istrionici e trionfali per via del loro stesso imbellettamento, altri giorni completamente assente; sfilza di kebabbari zozzi sulla sinistra con nomi altrettanto zozzi come Azoul, Nemeth, Marush e via dicendo, aprono alle cinque e chiudono alle cinque; tesco espress sulla destra a seguire aperto 7/24 con il prezzo del latte più basso di tutto il nordirlanda 89pence per due litri il semi-skimmed; lato sinistro ancora internet cafè gestito dal sosia di Jack Black che sa di essere il sosia di Jack Black e al quale non ho mancato di ricordarlo;  palazzo BBC che fa angolo con Nando’s ristorante e quel suo maledetto tavolino messo nel sottoscala al quale la gente pare sedersi senza problemi e al quale io non mi sedrei nemmeno se mi offrissero il pranzo, è pur sempre un sottoscala diamine e quell’anfora enorme che ci hanno messo non migliora la situazione anzi ti fa pensare che ce l’hanno messa proprio per rendere quell’angolino più bello perchè sanno cosa è in realta ovvero uno squallido sottoscala e tu ogni volta che guardi quell’anfora ti ricordi dunque dove sei seduto: in un orrendo sottoscala;  whetherspoons e bridgehouse sulla sinistra che non s’è mai capito se è un pub solo o se sono due uniti ma famosi in tutto il paese perché la birra costa meno e in un paese dove la gente si ubriaca 7/7 questa informazione viaggia più veloce di varie cose veloci che esistono al mondo tipo i ghepardi o certi insettini dei documentari che fanno le calssifiche degli animali più letali e al primo posto non c’è mai leone o lo squalo ma appunto uno di questi insettini che pare facciano scatti superveloci e ti pungono e tutto il resto; statua strana sulla destra con fontana annessa con iscrizione “chi berrà dalla mia fonte non avrà più sete” ma la fonte è chiusa e hanno tolto i rubinetti quindi ciccia, però i giapponesi ci fanno comunque un sacco di foto e controllano sempre se magari l’acqua non esce come nei bagno degli autogrill con la fotocellula quando ci metti le mani sotto; palazzo Clever Fulton Rankin di cui ignoro la funzonalità e a proposito del quale mi sono sempre promesso di entrare e chiedere che cosa fanno li dentro visto che non saprei dirlo ma entra sempre gente ben vestita e dentro ha un bel salottino con begli ingrandimenti fotografici di Belfast ma so che non è una banca né un hotel né uno studio di avvocati, prima o poi ci entrerò e chiederò; palazzo della national trust con foto ingrandimenti su ogni finestra dove ci sono praticamente solo foto di bambini che saltano in luoghi di interesse come la giant s causeway o downhill probabilmente perché il primo l’avrà fatto e tutti gli altri a ruota avranno fatto lo stesso, a questi vorrei dire: no, non è più bello fare le foto ai bambini che saltano se lo fanno tutti, comunque il palazzo pare abbandonato; Ulster Hall sulla destra che hanno ristrutturato e messo una luce di dubbio gusto rosso/violacea; negozio di pianoforti che non vende un pianoforte dall’alba dei tempi e fa offerte sempre più assurde per vendere qualcosa tanto che il giorno che venderà si renderà conto che non ci avrà guadagnato poi tanto a causa dei tremila omaggi che regala con l’articolo venduto, uno di quei posti dove se entri il tizio al bancone per la pressione di avere un cliente inizia a sudare poi ti si avvicina e ancor prima di chiederti se hai bisogno di un aiuto, infarta sul momento;  e via dicendo così fino al City Hall.

A Liverpool la strada che percorrerò di più ancora non lo so quale sia, ma camminavo sulla Kensington Rd giorni fa e guardavo; per chi non conoscesse i quartieri residenziali inglesi si immagini le case ne la carica dei 101 disney, villette vittoriane a schiera una in fila all’altra, tetti a punta, mattoni rossi, terrace esagonale, porta, civico, tre scalini, sessanta centimetri, cancelletto di ferro. Questo è il concept. Dall’altra parte della strada accadeva una delle cose più tristi che abbia mai visto nel mondo occidentale. Una bimbetta rincorreva una palla rossa che rimbalzava oltre il cancelletto di ferro e andava in quello della casa affianco, non c’erano giardini, ne parchi, ne nulla. Ho aspettato che la bimba recuperasse la palla per vedere dove sarebbe andata a giocare, e la tipetta, una volta presa la sua palla rossa, se ne è tornata entro quei suoi sessanta centrimetri di spazio fra gli scalini e il cancelletto e ha ripreso a giocare a palla dandole dei calcetti e facendola rimbalzare sulla porta. E stava li, non andava da nessuna parte, quello era il suo gioco, in quel metro quadrato. Avrebbe giocato li per mezz’ora, forse un ora e fra vent’anni anni quando sarà probabilmente in Australia sposata con un tizio di Sidney con gli occhiali da sole da ciclista e una Ford Falcon in garage ripenserà, guardando i suoi figli giocare in un bel giardino, alla sua infanzia a Kensington Rd giocata in un metro quadrato con un tizio sull’orlo del pianto dall’altra parte della strada che la fissava con uno sguardo di terrore misto ad angoscia negli occhi.

Non penso farò di Kensington Rd la strada più percorsa.

manifesto del caos

di Marcello D’Onofrio

L’inverno è finito, non perché me ne sia accorto ma perché me l’hanno detto un piccolo termometro con la lancetta rossa appeso al muro di fronte con una puntina – il mio nuovo muro di fronte – e un sacco di bellissimi incontri per strada che mettevano in mostra la loro femminilità. Anche questo è caos.

In una metafora in cui l’uomo è un uomo e la strada è la sua vita, un uomo che cammina su una strada in linea retta, o perlomeno seguendo le svolte della strada stessa, ha varie probabilità di incappare in varie fonti di caos più o meno pericolose e il pericolo in discussione è riferito non tanto al pericolo percepito come tale che arrechi un danno fisico più o meno visibile quanto piuttosto al pericolo sottovalutato che infierisce danni ben maggiori seppur non visibili. Anche questo è caos.

Me ne camminavo tranquillo lungo la mia strada, la mia strada ha molte svolte, ed è subito prima di una svolta che ho incontrato una fonte di caos, una di quelle pericolosissime, che crea danni incalcolabili. Quando si incontrano queste fonti di caos si deve fare una decisione: se diventare parte di esse, con esse, oppure se lasciarle fluire ignorandole completamente; se la fonte di caos in questione è una donna, scordatevi la seconda opzione e preparatevi al peggio. E’ uno di quei fenomeni della natura che l’uomo saggiamente non si è mai impegnato di definire, ammesso che ne esista una definizione, a suo pieno benficio; bisogna solo farne parte finché quella immaginaria ed invisibile forza ci tiene attanagliati al suo epicentro e per epicentro intendo cose come rossetto rosso ’50s, finto broncio ragazzina stufa, sensazioni varie di infondere protezione ancestrale scaturite da un loro nonsochè di mistico e femminile, profumi inebrianti, fondoschiena intravisto una mattina in cui lei si è svegliata più presto di te e armeggia con varie cose da donna in camera da letto in mutande e tutta una serie di altre cose che appaiono all’occasione. Epicentri devastanti in grado di distruggere la deriva di una mente che era già saggiamente abbandonata nella sua stessa deriva e che non aveva considerato la possibilità di un orizzonte più lontano: come se ad un Colombo che studia la sua mappa su come arrivare in India (e per lui quella mappa rappresenta tutto cio che conosce, più quello che suppone) gli si avvicinasse qualcuno che gli voltasse la mappa sul retro, bianco, e gli dicesse che esiste ancora tutto quell’altro mondo li, non disegnato che va oltre le sue idee di India e pure oltre le sue non idee di terra in senso generale, e guai a disegnarlo, non si può! Anche questo è caos.

Ora, io mi sento come il mozzo che si è appena buttato dall’albero maestro, quello brutto con la benda sull’occhio e un paio di arti mozzati, e nuoto nell’oceano, e mi chiedo: questo cos’è?

la creazione di un ricordo

di Marcello D’Onofrio

Ho creato un ricordo, con stupore e meraviglia sopratutto di federica che non ci credeva ormai più e ogni volta che si guardava indietro le toccava tingersi i capelli per strapparsi un sorriso di donna; è venuto fuori piuttosto bene, come tutti gli altri e ci ha messo del tempo.

Ha bisogno di maturare per mesi, raccogliere tutte le immagini, gli odori, i profumi e le musiche che hanno animato questi tempi e miscelarli insieme per ottenere la grande sensazione, quella che in un attimo ti rimanda al ricordo creato. Sono state immagini piuttosto estive di parchi verdissimi dove incontrarsi con sconosciuti o discutere di filosofia orientale con Cyril o le domeniche mattine deserte di fronte al municipio; odori pungenti tipo zaffate metropolitane strafritte troppo presto la mattina dal popolo del full fry in chiesa o condensatore di subway & ristorante indiano al secondo piano, o prima ancora odore di capitale  che dorme solo per metà, con l’altra metà racconta ancora il sabato notte sulle panchine; il jazz e il martini dei divanetti di pelle rossa dove smettere di pensare per un attimo, o almeno finché la tromba non si sgonfi le guance e si asciughi la fronte esausta e appagata, o ancora Van Morrison che se la canta madame george fra i viali dove è cresciuto e dove in qualche modo sto crescendo io ora: con gli alberi in fila e le terraces uguali e il cielo grigio e le scarpe a punta.

S’è proposto, il ricordo, insospettabile di quella domenica che m’ha raccontato “sono stato qui, ho vissuto queste strade, questi palazzi, questo cielo e questa pioggia, questi giorni e questi tempi turbolenti” e da allora resterà per sempre.

Successioni

di Marcello D’Onofrio

 Ho aspettato un tempo che mi è parso infinito, mentre tutti quanti intorno cominciavano ad andarsene ad uno ad uno lasciandomi titubante a dubitare delle mie potenzialità. Qualcuno se ne tornava al sud dove una famiglia numerosa e caotica lo aspettava da quasi quattro anni con tavole inghirlandate e la lingua morsa fra i denti masticando accenti assolati e polverosi; altri ancora se ne sono andati a puttane finché è durata la legalizzazione o finché i tacchi non gli si sono consumati sotto i talloni a forza di battere il tempo delle loro notti sudate, poi ho sentito dire che hanno imparato a memoria una lunga lista di numeri disposti casualmente e questo è bastato a ridargli speranza: si sono rifatti una vita in una qualche città industriale dove hanno comprato un paio di appartamenti e un cane di grossa taglia. Un altro so quasi per certo che ha lasciato per sempre questo pianeta, era una vita che si sottoponeva ad addestramenti sfiancanti ed alla fine è partito alla volta di non-so-dove; ogni tanto imbusta un sorriso e lo manda ai più cari per far sapere che sta bene, oppure appare in sogno sotto forma di orso e rassicura sul da farsi a noi quaggiù. Un paio di loro invece hanno preso la via del mare. Uno è affogato quasi subito mandando migliaia di bolle in superficie e grattando i fondali con le unghia dei piedi lanciando sguardi torvi ai relitti e agli ami in attesa; l’altro nuota ancora, l’hanno pescato tre o quattro volte dei tipici pescatori giapponesi con teli antivento gialli e baffi troppo poco folti, ma lo hanno subito ributtato in mare: non è certo una roba prelibata. L’hanno avvistato nei pressi di un qualche sito archeologico, era là che aspettava di diventare parte della Storia. Un’altra si è innamorata e ha perduto la testa, il compagno le ha detto che devono andare a cercarla in Sudamerica e lei gli ha creduto, ma il biglietto areo costa caro e lui non è nemmeno troppo sicuro d’accompagnarla; l’ho vista cozzare contro un albero un giorno e scivolare giù per un pendio erboso e umido mentre la testa – altrove – rideva a crepapelle. Un’altra ha iniziato a lavorare in un paese che non era il suo e cercava di costruire ricordi ogni giorno, anche piuttosto belli, ma ogni volta che si tinge i capelli si dimentica tutto e diventa triste e pessimista. Vorrebbe piangere ma non lo fa, vuole costruire solo ricordi belli come bere un tè, o fare l’idromassaggio, comprare vestiti e indossare graziose gonnelline corte a sbalzi e quadri su tonalità autunnali, o ancora scegliere un nuovo colore per la tinta dei capelli. Un altro si è messo a scrivere canzoni sognando troppo, prima o poi si sveglierà e sarà orribile. Un’altra ha lasciato il suo lavoro per uno tale e quale ma pagato almeno quattro volte tanto e s’è messa ad accumulare soldi per pagarsi voli con scali internazionali sperando che uno di quelli, prima o poi, capiti in un posto conosciuto e la conduca a casa ( l’ultima volta che l’ho vista io mi ero appena svegliato e lei stava per andare a dormire, le ho fatto due treccine nei capelli e ci siamo abbracciati). Un altro è andato a fare biscotti di Natale a casa della compagna, sono tre anni che sfornano biscotti e non me ne hanno fatto mai assaggiare uno; sospetto che li custodiscano da qualche parte e prima o poi decideranno di mostrarli al mondo, e allora ci sarà una gran sorpresa per tutti alla vista di quella considerevole mole e probabilmente un sensibile aumento della percentuale dei diabetici che verranno trattati successivamente con terapie rivoluzionarie e ciarlatane di un bicchiere d’acqua ogni due ore, con scarsi risultati. Un altro paio sono ingrassati, lentamente e gradualmente così che ce ne si può accorgere solo se li si vede ad almeno sei mesi di distanza fra una visita e l’altra; nell’arco di un decennio avranno forse un campo magnetico tutto loro e lo affitteranno a sei euro l’ora per far concorrenza ai franchising del caso. Un altro ha smesso di bere cocacola e nello stesso istante un altro ha cominciato rendendo questa operazione completamente inutile. Uno di loro invece si è addormentato, era stufo del tempo che passava troppo lentamente e così s’è messo a dormire sperando che al momento del suo risveglio saranno passati almeno una ventina d’anni ma allora si troverà fuori moda e fuori contesto e la gente porterà forse i baffi tinti di blu o persone e animali saranno sposati tra loro o non ci saranno più bambini o il cielo sarà solo un ricordo e tutti avranno dei telecomandi con i quali impostare i dettagli delle loro giornate, così molto probabilmente si rimetterà a dormire di nuovo sperando di non svegliarsi più. Un gruppetto li ho visti partire di buon ora un martedì mattina con una macchina a metano vecchia di vent’anni, ma dopo i primi cento chilometri hanno perso fiducia ed entusiasmo e sono finiti ad errare su cordoni sabbiosi litoranei all’infinito perché il metano costa poco e si erano portati cospicue somme di denaro così da poter vagare per il mondo ancora per una buona manciata di anni bevendo caffè dai termos e cagando a domicilio dei più magnanimi. Altri organizzano cene. Cene che non si possono permettere ed invitano gente da ogni paese di ogni lingua e cultura e li accatastano senza troppe leggerezze su divani di pelle nera tanto [che i commensali] dopo un primo entusiastico inizio palesano ognuno le proprio titubanze come per esempio il cattolico attratto dalla musulmana che non gli si concede, o l’olandese vegano con un piatto pieno di polpette messogli davanti; ma le cene sono fenomenali e a turno, chi ha pagato per la spesa, è costretto a lasciare il paese per aver dato fondo ai suoi risparmi mentre gli altri mangiano e lo ricordano come l’ex chef ormai sostituito.

 Per conto mio penso che me ne starò ancora un po’ qui che nel frattempo le temperature si sono fatte più gradevoli e mi metto a pensare alla francesina che stava fuori la chiesa a disegnare palazzi e architetture nordiche, che ci siamo guardati e ci siamo abbracciati in nome del centroEuropa almeno due o tre volte perché sentivamo che era proprio necessario; e penso alla sua bocca e a chissà quale espressione avrà in questo momento, a chissà come avrà disposte le dita delle mani o che forse avrà le gambe accavallate indossando delle ballerine che tutto sommato le staranno anche piuttosto male. Magari starà solo dormendo e se ci si potesse avvicinare si sentirebbe una zona di calore proprio vicino alle guance dove un respiro regolare e francese ne stabilisce la vita.