ilcaosdentro

Mese: maggio, 2015

Kensington Rd

di Marcello D’Onofrio

Ognuno ha il suo pezzo di strada che percorre con maggior frequenza in assoluto, quello di cui conosci ogni angolo, ogni insegna, ogni maniacale dettaglio. A Belfast è stato per me la Dublin Road: cafe azizzi sulla sinistra che aveva appena aperto e il tizio bengalese offriva assaggi per farsi clientela e l’ho preso nonostante non mi andasse e avevo tremila fisse su carboidrati e altre zozzerie da non mangiare; salvation army sulla destra poco più avanti con tizi imbellettati over 60 visti una sola volta sentirsi piuttosto istrionici e trionfali per via del loro stesso imbellettamento, altri giorni completamente assente; sfilza di kebabbari zozzi sulla sinistra con nomi altrettanto zozzi come Azoul, Nemeth, Marush e via dicendo, aprono alle cinque e chiudono alle cinque; tesco espress sulla destra a seguire aperto 7/24 con il prezzo del latte più basso di tutto il nordirlanda 89pence per due litri il semi-skimmed; lato sinistro ancora internet cafè gestito dal sosia di Jack Black che sa di essere il sosia di Jack Black e al quale non ho mancato di ricordarlo;  palazzo BBC che fa angolo con Nando’s ristorante e quel suo maledetto tavolino messo nel sottoscala al quale la gente pare sedersi senza problemi e al quale io non mi sedrei nemmeno se mi offrissero il pranzo, è pur sempre un sottoscala diamine e quell’anfora enorme che ci hanno messo non migliora la situazione anzi ti fa pensare che ce l’hanno messa proprio per rendere quell’angolino più bello perchè sanno cosa è in realta ovvero uno squallido sottoscala e tu ogni volta che guardi quell’anfora ti ricordi dunque dove sei seduto: in un orrendo sottoscala;  whetherspoons e bridgehouse sulla sinistra che non s’è mai capito se è un pub solo o se sono due uniti ma famosi in tutto il paese perché la birra costa meno e in un paese dove la gente si ubriaca 7/7 questa informazione viaggia più veloce di varie cose veloci che esistono al mondo tipo i ghepardi o certi insettini dei documentari che fanno le calssifiche degli animali più letali e al primo posto non c’è mai leone o lo squalo ma appunto uno di questi insettini che pare facciano scatti superveloci e ti pungono e tutto il resto; statua strana sulla destra con fontana annessa con iscrizione “chi berrà dalla mia fonte non avrà più sete” ma la fonte è chiusa e hanno tolto i rubinetti quindi ciccia, però i giapponesi ci fanno comunque un sacco di foto e controllano sempre se magari l’acqua non esce come nei bagno degli autogrill con la fotocellula quando ci metti le mani sotto; palazzo Clever Fulton Rankin di cui ignoro la funzonalità e a proposito del quale mi sono sempre promesso di entrare e chiedere che cosa fanno li dentro visto che non saprei dirlo ma entra sempre gente ben vestita e dentro ha un bel salottino con begli ingrandimenti fotografici di Belfast ma so che non è una banca né un hotel né uno studio di avvocati, prima o poi ci entrerò e chiederò; palazzo della national trust con foto ingrandimenti su ogni finestra dove ci sono praticamente solo foto di bambini che saltano in luoghi di interesse come la giant s causeway o downhill probabilmente perché il primo l’avrà fatto e tutti gli altri a ruota avranno fatto lo stesso, a questi vorrei dire: no, non è più bello fare le foto ai bambini che saltano se lo fanno tutti, comunque il palazzo pare abbandonato; Ulster Hall sulla destra che hanno ristrutturato e messo una luce di dubbio gusto rosso/violacea; negozio di pianoforti che non vende un pianoforte dall’alba dei tempi e fa offerte sempre più assurde per vendere qualcosa tanto che il giorno che venderà si renderà conto che non ci avrà guadagnato poi tanto a causa dei tremila omaggi che regala con l’articolo venduto, uno di quei posti dove se entri il tizio al bancone per la pressione di avere un cliente inizia a sudare poi ti si avvicina e ancor prima di chiederti se hai bisogno di un aiuto, infarta sul momento;  e via dicendo così fino al City Hall.

A Liverpool la strada che percorrerò di più ancora non lo so quale sia, ma camminavo sulla Kensington Rd giorni fa e guardavo; per chi non conoscesse i quartieri residenziali inglesi si immagini le case ne la carica dei 101 disney, villette vittoriane a schiera una in fila all’altra, tetti a punta, mattoni rossi, terrace esagonale, porta, civico, tre scalini, sessanta centimetri, cancelletto di ferro. Questo è il concept. Dall’altra parte della strada accadeva una delle cose più tristi che abbia mai visto nel mondo occidentale. Una bimbetta rincorreva una palla rossa che rimbalzava oltre il cancelletto di ferro e andava in quello della casa affianco, non c’erano giardini, ne parchi, ne nulla. Ho aspettato che la bimba recuperasse la palla per vedere dove sarebbe andata a giocare, e la tipetta, una volta presa la sua palla rossa, se ne è tornata entro quei suoi sessanta centrimetri di spazio fra gli scalini e il cancelletto e ha ripreso a giocare a palla dandole dei calcetti e facendola rimbalzare sulla porta. E stava li, non andava da nessuna parte, quello era il suo gioco, in quel metro quadrato. Avrebbe giocato li per mezz’ora, forse un ora e fra vent’anni anni quando sarà probabilmente in Australia sposata con un tizio di Sidney con gli occhiali da sole da ciclista e una Ford Falcon in garage ripenserà, guardando i suoi figli giocare in un bel giardino, alla sua infanzia a Kensington Rd giocata in un metro quadrato con un tizio sull’orlo del pianto dall’altra parte della strada che la fissava con uno sguardo di terrore misto ad angoscia negli occhi.

Non penso farò di Kensington Rd la strada più percorsa.

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manifesto del caos

di Marcello D’Onofrio

L’inverno è finito, non perché me ne sia accorto ma perché me l’hanno detto un piccolo termometro con la lancetta rossa appeso al muro di fronte con una puntina – il mio nuovo muro di fronte – e un sacco di bellissimi incontri per strada che mettevano in mostra la loro femminilità. Anche questo è caos.

In una metafora in cui l’uomo è un uomo e la strada è la sua vita, un uomo che cammina su una strada in linea retta, o perlomeno seguendo le svolte della strada stessa, ha varie probabilità di incappare in varie fonti di caos più o meno pericolose e il pericolo in discussione è riferito non tanto al pericolo percepito come tale che arrechi un danno fisico più o meno visibile quanto piuttosto al pericolo sottovalutato che infierisce danni ben maggiori seppur non visibili. Anche questo è caos.

Me ne camminavo tranquillo lungo la mia strada, la mia strada ha molte svolte, ed è subito prima di una svolta che ho incontrato una fonte di caos, una di quelle pericolosissime, che crea danni incalcolabili. Quando si incontrano queste fonti di caos si deve fare una decisione: se diventare parte di esse, con esse, oppure se lasciarle fluire ignorandole completamente; se la fonte di caos in questione è una donna, scordatevi la seconda opzione e preparatevi al peggio. E’ uno di quei fenomeni della natura che l’uomo saggiamente non si è mai impegnato di definire, ammesso che ne esista una definizione, a suo pieno benficio; bisogna solo farne parte finché quella immaginaria ed invisibile forza ci tiene attanagliati al suo epicentro e per epicentro intendo cose come rossetto rosso ’50s, finto broncio ragazzina stufa, sensazioni varie di infondere protezione ancestrale scaturite da un loro nonsochè di mistico e femminile, profumi inebrianti, fondoschiena intravisto una mattina in cui lei si è svegliata più presto di te e armeggia con varie cose da donna in camera da letto in mutande e tutta una serie di altre cose che appaiono all’occasione. Epicentri devastanti in grado di distruggere la deriva di una mente che era già saggiamente abbandonata nella sua stessa deriva e che non aveva considerato la possibilità di un orizzonte più lontano: come se ad un Colombo che studia la sua mappa su come arrivare in India (e per lui quella mappa rappresenta tutto cio che conosce, più quello che suppone) gli si avvicinasse qualcuno che gli voltasse la mappa sul retro, bianco, e gli dicesse che esiste ancora tutto quell’altro mondo li, non disegnato che va oltre le sue idee di India e pure oltre le sue non idee di terra in senso generale, e guai a disegnarlo, non si può! Anche questo è caos.

Ora, io mi sento come il mozzo che si è appena buttato dall’albero maestro, quello brutto con la benda sull’occhio e un paio di arti mozzati, e nuoto nell’oceano, e mi chiedo: questo cos’è?