manifesto del caos

di Marcello D'Onofrio

di Marcello D’Onofrio

L’inverno è finito, non perché me ne sia accorto ma perché me l’hanno detto un piccolo termometro con la lancetta rossa appeso al muro di fronte con una puntina – il mio nuovo muro di fronte – e un sacco di bellissimi incontri per strada che mettevano in mostra la loro femminilità. Anche questo è caos.

In una metafora in cui l’uomo è un uomo e la strada è la sua vita, un uomo che cammina su una strada in linea retta, o perlomeno seguendo le svolte della strada stessa, ha varie probabilità di incappare in varie fonti di caos più o meno pericolose e il pericolo in discussione è riferito non tanto al pericolo percepito come tale che arrechi un danno fisico più o meno visibile quanto piuttosto al pericolo sottovalutato che infierisce danni ben maggiori seppur non visibili. Anche questo è caos.

Me ne camminavo tranquillo lungo la mia strada, la mia strada ha molte svolte, ed è subito prima di una svolta che ho incontrato una fonte di caos, una di quelle pericolosissime, che crea danni incalcolabili. Quando si incontrano queste fonti di caos si deve fare una decisione: se diventare parte di esse, con esse, oppure se lasciarle fluire ignorandole completamente; se la fonte di caos in questione è una donna, scordatevi la seconda opzione e preparatevi al peggio. E’ uno di quei fenomeni della natura che l’uomo saggiamente non si è mai impegnato di definire, ammesso che ne esista una definizione, a suo pieno benficio; bisogna solo farne parte finché quella immaginaria ed invisibile forza ci tiene attanagliati al suo epicentro e per epicentro intendo cose come rossetto rosso ’50s, finto broncio ragazzina stufa, sensazioni varie di infondere protezione ancestrale scaturite da un loro nonsochè di mistico e femminile, profumi inebrianti, fondoschiena intravisto una mattina in cui lei si è svegliata più presto di te e armeggia con varie cose da donna in camera da letto in mutande e tutta una serie di altre cose che appaiono all’occasione. Epicentri devastanti in grado di distruggere la deriva di una mente che era già saggiamente abbandonata nella sua stessa deriva e che non aveva considerato la possibilità di un orizzonte più lontano: come se ad un Colombo che studia la sua mappa su come arrivare in India (e per lui quella mappa rappresenta tutto cio che conosce, più quello che suppone) gli si avvicinasse qualcuno che gli voltasse la mappa sul retro, bianco, e gli dicesse che esiste ancora tutto quell’altro mondo li, non disegnato che va oltre le sue idee di India e pure oltre le sue non idee di terra in senso generale, e guai a disegnarlo, non si può! Anche questo è caos.

Ora, io mi sento come il mozzo che si è appena buttato dall’albero maestro, quello brutto con la benda sull’occhio e un paio di arti mozzati, e nuoto nell’oceano, e mi chiedo: questo cos’è?

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