Ramadi riconquistata

di Marcello D’Onofrio

Abbiamo riconquistato Ramadi questa mattina, ventotto dicembre duemilaquindici, e ora tiriamo il primo sospiro stanco e caldo fra le sabbie polverose del Levante.

Lo abbiamo capito perché la bandiera nera con le terribili effigi biancastre è stata smontata dal ex head-quarter, sono state smontate tutte, anche quelle nel quartiere di el-Tamim e quelle all’università di Al-Anbar; lo Stato Islamico – o quello che resta della sua compagine centro-irachena – si è dileguato verso nord est, credo proseguiremo l’inseguimento ma non oggi: oggi è il giorno di tirare un sospiro stanco e caldo fra le sabbie polverose del Levante. Di nuovo nostre.

Ramadi è stata presa dai ribelli dello Stato Islamico circa otto mesi fa, al culmine di una espansione militare iniziata nel duemilaundici, quando le forze americane hanno fatto dietrofront lasciando l’Iraq in un polverone di armi, fumo e lacrime; non intendevano certo armare un gruppo paramilitare di ribelli, ma cosa si aspettavano succedesse dopo aver lasciato un arsenale in una citta medioorientale in preda al panico, alla disperazione e all’angoscia? Il problema degli occidentali è che non vogliono aiutarti a risolvere i tuoi problemi, vogliono risolverli loro per poter pretendere poi una ricompensa, e questo è un po’ tutto il modo di vivere dell’occidente: vivono, agiscono e fanno in visione di cosa potranno trarne in beneficio per loro, è un’ossessione malata forse anche più di certe dottrine estremiste islamiche. Il desiderio di aiutare qualcuno dovrebbe essere alimentato solamente dalla voglia del gesto stesso e non da meri fini o possibilità successive di riscatto come è stato per l’Iraq e il suo maledetto petrolio o chissà cosa altro.

Fatto sta che quando l’ultimo stelle-e-strisce se n’è andato dalle strade di ar-Ramadi è cominciata una corsa per accaparrarsi le risorse militari lasciate, e tre anni dopo ci siamo ritrovati ad essere cacciati dalla citta, dichiarata neo-quartier generale del suddetto stato islamico che non mi penerò di riportare con le lettere maiuscole da qui in avanti.

I moderati, e le forze militare ufficiali, delle quali faccio parte – soldato Nabil al-Nassar, sta scritto su una toppa della mia divisa, sul petto, subito sotto la bandiera Irachena: io e il mio paese siamo una cosa sola – stanche della guerriglia non hanno pensato di smaltire e disfarsi di quelle che ora sono le armi in possesso dei ribelli, fucili italiani, mitragliatori belga, automatiche tedesche e mezzi a ruota e cingolati americani, queste le risorse dello stato islamico, grazie Europa! Grazie Mondo!

E adesso che gli americani ci hanno offerto supporto aereo nella riconquista della città, non oso chiedermi cosa vorranno in cambio questa volta; che si rendessero piuttosto conto di quel che stanno facendo: riparare ad un errorre commesso da loro stessi anni fa.

Per il fastidio di questi pensieri colpisco nervosamente con il pugno da ormai dieci minuti la parete di una ex-casa, sono dentro questo edificio da due giorni, non abbiamo potuto lasciarlo per via della sua posizione strategica per offrire alle altre forze di terra una copertura di fuoco sui ribelli durante l’ avanzamento verso i punti caldi della città fino a qualche ora fa ancora in possesso dello stato islamico; erano case di recente costruzione, un complesso chiamato al-bayt al-‘abyad che letteralmente vuol dire “casa bianca”, costruite in una piacevole posizione centrale. Lo sfollamento e l’evacuamento è avvenuto in maniera automatica e spontanea da parte degli inquilini, e solo Dio sa dove sono andati a stare negli ultimi mesi e dove andranno, ora che la riconquista è terminata e le loro belle case bianche sono state smantellate. Questo è il retroscena della guerra cittadina, andate a guardare le citta del Medio Oriente e chiedetevi quanta dignità vi sia rimasta ancora tra quelle macerie. Macerie di un epoca! Stupende costruzioni testimoni della florida culla delle civiltà del mondo, chi non avrà studiato i due fiumi spettatori della nascita delle prime civiltà europee, il Tigri e l’Eufrate?

Ebbene l’Eufrate l’ho visto scorrere alla mia sinistra lento e triste attraverso Ramadi, porta con se i relitti di un mese di sofferenze e deturpazioni;

L’Eufrate l’ho visto piangere ogni notte e portare le sue lacrime amare nel lago di al-Habbaniyah;

l’Eufrate l’ho sentito chiedermi “perche?” singhiozzando alla riva sotto il ponte “Palestina”, che connette le due metà di Ramadi;

El-Furat, Ana ma’ak el-yom

   الفرات أنا معك اليوم

La casa bianca che occupiamo ha due piani, il piano superiore non è stato toccato, abbiamo lasciato tutto come era: c’e una piccola stanza costellata di immagini e riproduzioni di quell’animale che si vede in televisione negli show per bambini, una specie di mangusta grassoccia con un cappello alla napoleone, c’è un piccolo lettino sfatto e un tavolino con abbozzi di disegni a pastello qua e la, l’inquilino di questa stanza non avrà più di otto anni. L’altra stanza del primo piano è una camera da letto molto ben curata, con belle tende e un tappeto persiano che sembra di ottima qualità, uno specchio per la toletta e un tavolino a muro cosparso di lozioni e altre diavolerie per donna. Una cartolina isolata sul muro mostra la Porta di Ishtar e una scritta a mano che dice

Fatima, ti aspettiamo,

a presto

che Dio sia con te

Ci sono due scarpe basse ai piedi del letto e un caffetano color sabbia orlato di blu ben ripiegato su una sedia; sull’anta dell armadio uno specchio a figura intera dove rivedo me stesso: un viso sporco e impolverato, la barba incolta e gli occhi verdi stanchi che mi chiedono ancora da dove abbia preso il coraggio di lasciare la cattedra di filosofia di una madrasa di Baghdad e indossare una mimetica e imbracciare il fucile per l’esercito iracheno. Ho paura. Ne ho continuamente, ma il disgusto nel vedere il mio paese tracollare anno dopo anno è più grande.

Immagino una giovane mamma e il suo bambino lasciare la casa in tutta fretta a inizio primavera, prendere il necessario e andarsene, lasciare tutto li, come io lo vedo ora, immagino la loro paura, la loro incredulità nell’essere cacciati dalla loro stessa vita, immagino il loro sgomento e il loro chiedersi quando e se torneranno mai nella loro piccola “casa bianca”.

Scendo al piano terra, tre compagni bevono del te e masticano pezzetti di pane.

Il loro riposo è lo stesso di quello delle altre decine di forze di terra che ad Aprile hanno riconquistato Tikrit, altra città irachena del nord, sempre strappata dalle mani dello stato islamico; il nostro riposo è lo stesso della città vecchia di Tikrit, dei suoi monasteri cristiani e dei suoi splendini palazzi color sabbia che aspettano la pietà e la misericordia di Dio.

Mi affaccio ad una delle finestre e una brezza incredibilmente fredda mi toglie la polvere dal viso.

C’è un punto particolare, sul retro della casa che occupiamo, che per un assurdo allineamento di edifici, diroccati e non, fra le macerie posso voltarmi in tre direzioni e rispettivamente scrutare l’ingresso dell’universita di al-Anbar a circa un chilometro sud ovest, il portone bianco marmo della moschea di Maaz Bin Jabal cinquecento metro a Levante, e la meravigliosa cupola blu e oro della moschea di Fardous circa seicento metri a nord ovest. Se anche mi sposto di un passo ecco che un portone smembrato mi compre l’università, o un camion eploso mi impedisce di raggiungere con lo sguardo il marmo della moschea, o ancora un tetto sfondato di una delle “case bianche” ostruisce la magnifica visione della cupola di Fardous. E’ il mio punto preciso.

Comunque è arrivato l’ordine di mantenere le posizioni finché il primo ministro non arrivi in città per innalzare ufficialmente la bandiera irachena sul municipio, noi per conto nostro, abbiamo già tempestato Ramadi di tricolori rosso-bianco-neri, Ramadi è di nuovo nostra.

Ramadi Sunset

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