Il Venditore di scarpe

di Marcello D’Onofrio

Jericho è la città più antica del mondo, lo dice una scritta verdastra sbiadita su un muro ocra ad un incrocio appena fuori il centro. “Diecimila anni fa” c’è scritto.

Una insegna della CocaCola torreggia appena sopra, a sinistra un cartello che inidica la direzione per il Monte della Tentazione e appena sotto c’è un vecchio con la cofìa che fuma in silenzio sotto il sole del primo pomeriggio. Gli uccellini non cantano da queste parti, fa troppo caldo e la gente non capirebbe comunque quella spensieratezza.

La Palestina è bella, la strada che da Jericho porta al Qurantal è deserta e polverosa, ma sul lato destro è costeggiata da alberi di limoni che profumano ancora di più quando il sole è più forte – da mezzodì alle quattro – e allora ci si ripara all’ombra delle enormi foglie dei banani che sono a perdita d’occhio nella campagnia sul lato opposto.

La Palestina è bella, a Nablus si coglie la salvia, il timo e l’alloro fra le collinette selvagge dietro la madrasa (si venderanno poi al mercato a Ramallah) e si torna a casa con le mani che odorano fortissimo di quelle erbe e qualsiasi cosa che si tocca è “contaminata”, e tutta la casa presto profuma allo stesso modo.

La Palestina è bella, a Betlemme ci sono certi vicoli della città vecchia dove rincorrersi e finire col fiatone nel retro di qualche bazaar dove impietosire i venditori e farsi dare un bicchiere di limonata e qualche dattero senza pagarlo, perché siamo ancora nell’età per farlo o perché ci si conosce, o perché mio padre ha comprato da lui il mese scorso la frutta per il pranzo dell’Eid.

Eppure turisti non se ne vedono.

Quando non c’è da andare a scuola a volte sono a Ramallah al forno dove lavora mia madre, porto i sacchi di pane al mercato e dal mercato compro le buste di zaatar che le donne useranno al forno per fare i manakish, deliziosi manakish con olio e zaatar. Faccio sempre avanti e dietro.

Ma la maggior parte dei giorno sto con mio padre a Jericho a vendere le scarpe: si caricano tutte le scarpe nel bagaliaio della macchina e sui sedili posteriori, poi nella piazza principale si stende una stuoia e si mettono tutte le scarpe sopra, in ordine di taglia così che se qualcuno arriva e chiede un quarantatrè so già quale paio prendere. A volte andiamo fino a Betlemme o verso nord a Jenin, quando a Jericho ci sono troppi venditori di scarpe nella stessa piazza; quando sarò più grande potremo vendere contemporaneamente in due città perché avro una macchina mia, una stuoia mia e magari anche un negozio vero.

Un pomeriggio è successo che a Jericho c’era un turista, si riconosceva perché vagava spaesato per la piazza con uno zainetto sulle spalle senza imboccare una direzione vera e propria; è passato due volte davanti alla nostra stuoia di scarpe per poi tornare indietro, cosi ho pensato di chiedergli se potessi aiutarlo. Aveva barba e pelle abbronzata, forse era libanese, o al massimo turco, così gli ho parlato in arabo ma non credo mi capì appieno, comunque mi aveva risposto con un arabo stentato

 “Wein el-ahwe?” (dovè il caffè?)

Come dicono i libanesi, o i siriani, noi in Palestina diciamo qahwe o a anche gahwa a Jenin o nelle campagne, ma lo capii lo stesso, lo presi per mano e gli dissi di seguirmi, che lo avrei portato a prendere un caffè.

Dall’altra parte della piazza Yusef fa il caffè arabo per cinque shekel, amaro aromatizzato al cardamomo, l’ho assaggiato una sola volta, sono ancora troppo piccolo per berlo regolarmente come fanno gli adulti. Il mio turista comunque ne aveva preso uno bevendolo lentamente ad occhi chiusi – come se bevesse un nettare raro – e poi ci eravamo seduti su una panchina lì vicino e mi aveva  raccontato di come stava studiando arabo, ma non era del Levante. Aveva alloggio a Gerusalemme, ed io me lo ero immaginato in partenza da Azaria, appena fuori la Città Santa, dove ci sono i van per la Palestina e sicuro aveva sentito gli urlatori del traffico che chiamano i passeggeri per Ramallah. Finito il caffè gli avevo anche insegnato a contare fino a venti, dato che lui si fermava a dieci, e mi aveva lasciato dieci shekel non so per cosa, visto che non aveva comprato scarpe né altro da me, ma non accettò di averli indietro.

Da quel giorno in cui quel singolo turista si era affacciato nella piazza di Jericho non ne ho più visti, forse si spaventano dei checkpoint israeliani, con tutte quelle armi; noi qui ci siamo abituati ma forse un turista non vuole avere un arma da fuoco puntata al petto mentre è in vacanza, nemmeno per qualche minuto mentre controllano i documenti.

La Palestina è bella, ma nessuno lo sa perché nessuno ci viene, e a nessuno pare che importi che noi sopportiamo l’occupazione ogni giorno, prigionieri della nostra stessa terra.

La Palestina sarebbe ancora più bella, se fosse libera.

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