Dietro il Bazaar

di Marcello D'Onofrio

Dietro il Bazaar c’è una Istanbul che nessuno conosce, l’altra faccia.

Si sale, su fino a lasciarsi dietro le strade affollate e i profumi di doner e spezie che inebriano ogni angolo, ogni vicolo.

Si sale fino a che i colori dei venditori di tappeti sbiadiscono in tristi locali vuoti, abbandonati, dove i gatti hanno creato il loro reame.

Ancora due o tre svolte e il mondo è ribaltato; da entrambi i lati della strada sulle case i balconi di legno scuro si arrampicano con ferocia sulle pareti ed arrivano quasi a toccarsi nel mezzo, al culmine di quel loro protendersi; un enorme fico si fa spazio fra due case – rami come braccia che spingono – divelgendo due verande con le sue dita nodose, le enormi foglie fanno ombra ad un ragazzo seduto che mi guarda e non dice niente. Si continua a salire e sulla destra il palazzo è crollato, i calcinacci ingombrano parte della strada, intanto una ragazza con una bimba in braccio avanza piano ispezionando i resti della casa, in cerca di qualcosa che possa tornarle utile, o forse in cerca di ricordi. Mentre cammina si tiene la gonna alzata come una principessa. Più avanti la stessa scena, un padre e un figlio osservano con gravità i resti dell’edificio. Sembrava che quel crollo potesse essere avvenuto cento anni fa come pure dieci minuti prima che fossi passato.

Si sale ancora, ormai il bosforo sta tutto in un palmo di mano, e un gruppo di bambini saltano su un divano sfondato mentre sull’altro lato della stradina un appartamento variopinto apre i suoi colorati interni alla curiosità dei passanti. Dei tappeti gialli e blu svolazzano piano. Mi accovaccio per immortalare il momento e i bambini si radunano, “Pari!” gridano, “soldi”, è quello che hanno imparato dai genitori serve per continuare a giocare. La madre, bellissimo volto di turca selvaggia, velo carmino con leggeri pendagli oro, mi indica la strada per la Moschea di Süleymaniye; ma non è stata quella la visione più interessante della giornata, no: un piccolo spiazzo, una casa diroccata e un gran cortile abbandonato contornato da una piccola giungla domestica, pochi metri e questa vegetazione si apre su una gloriosa terrazza con visuale sul Bosforo, la Galata Tower che spicca come una grossa matita conficcata nel dedalo di case, la costa che scompare polverosa verso l’orizzonte, e i ponti che si aggrappano alle due metà di Istanbul, che per secoli hanno rappresentato la congiunzione fra occidente ed oriente, tutti spiegati sotto ai miei occhi, dalla piccola terrazza diroccata su una collina qualsiasi dove non saprei come tornarci neppure se mi ci mettessi d’impegno, parecchio sopra Istanbul, parecchio dietro il Bazaar.

Annunci