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Successioni

di Marcello D’Onofrio

 Ho aspettato un tempo che mi è parso infinito, mentre tutti quanti intorno cominciavano ad andarsene ad uno ad uno lasciandomi titubante a dubitare delle mie potenzialità. Qualcuno se ne tornava al sud dove una famiglia numerosa e caotica lo aspettava da quasi quattro anni con tavole inghirlandate e la lingua morsa fra i denti masticando accenti assolati e polverosi; altri ancora se ne sono andati a puttane finché è durata la legalizzazione o finché i tacchi non gli si sono consumati sotto i talloni a forza di battere il tempo delle loro notti sudate, poi ho sentito dire che hanno imparato a memoria una lunga lista di numeri disposti casualmente e questo è bastato a ridargli speranza: si sono rifatti una vita in una qualche città industriale dove hanno comprato un paio di appartamenti e un cane di grossa taglia. Un altro so quasi per certo che ha lasciato per sempre questo pianeta, era una vita che si sottoponeva ad addestramenti sfiancanti ed alla fine è partito alla volta di non-so-dove; ogni tanto imbusta un sorriso e lo manda ai più cari per far sapere che sta bene, oppure appare in sogno sotto forma di orso e rassicura sul da farsi a noi quaggiù. Un paio di loro invece hanno preso la via del mare. Uno è affogato quasi subito mandando migliaia di bolle in superficie e grattando i fondali con le unghia dei piedi lanciando sguardi torvi ai relitti e agli ami in attesa; l’altro nuota ancora, l’hanno pescato tre o quattro volte dei tipici pescatori giapponesi con teli antivento gialli e baffi troppo poco folti, ma lo hanno subito ributtato in mare: non è certo una roba prelibata. L’hanno avvistato nei pressi di un qualche sito archeologico, era là che aspettava di diventare parte della Storia. Un’altra si è innamorata e ha perduto la testa, il compagno le ha detto che devono andare a cercarla in Sudamerica e lei gli ha creduto, ma il biglietto areo costa caro e lui non è nemmeno troppo sicuro d’accompagnarla; l’ho vista cozzare contro un albero un giorno e scivolare giù per un pendio erboso e umido mentre la testa – altrove – rideva a crepapelle. Un’altra ha iniziato a lavorare in un paese che non era il suo e cercava di costruire ricordi ogni giorno, anche piuttosto belli, ma ogni volta che si tinge i capelli si dimentica tutto e diventa triste e pessimista. Vorrebbe piangere ma non lo fa, vuole costruire solo ricordi belli come bere un tè, o fare l’idromassaggio, comprare vestiti e indossare graziose gonnelline corte a sbalzi e quadri su tonalità autunnali, o ancora scegliere un nuovo colore per la tinta dei capelli. Un altro si è messo a scrivere canzoni sognando troppo, prima o poi si sveglierà e sarà orribile. Un’altra ha lasciato il suo lavoro per uno tale e quale ma pagato almeno quattro volte tanto e s’è messa ad accumulare soldi per pagarsi voli con scali internazionali sperando che uno di quelli, prima o poi, capiti in un posto conosciuto e la conduca a casa ( l’ultima volta che l’ho vista io mi ero appena svegliato e lei stava per andare a dormire, le ho fatto due treccine nei capelli e ci siamo abbracciati). Un altro è andato a fare biscotti di Natale a casa della compagna, sono tre anni che sfornano biscotti e non me ne hanno fatto mai assaggiare uno; sospetto che li custodiscano da qualche parte e prima o poi decideranno di mostrarli al mondo, e allora ci sarà una gran sorpresa per tutti alla vista di quella considerevole mole e probabilmente un sensibile aumento della percentuale dei diabetici che verranno trattati successivamente con terapie rivoluzionarie e ciarlatane di un bicchiere d’acqua ogni due ore, con scarsi risultati. Un altro paio sono ingrassati, lentamente e gradualmente così che ce ne si può accorgere solo se li si vede ad almeno sei mesi di distanza fra una visita e l’altra; nell’arco di un decennio avranno forse un campo magnetico tutto loro e lo affitteranno a sei euro l’ora per far concorrenza ai franchising del caso. Un altro ha smesso di bere cocacola e nello stesso istante un altro ha cominciato rendendo questa operazione completamente inutile. Uno di loro invece si è addormentato, era stufo del tempo che passava troppo lentamente e così s’è messo a dormire sperando che al momento del suo risveglio saranno passati almeno una ventina d’anni ma allora si troverà fuori moda e fuori contesto e la gente porterà forse i baffi tinti di blu o persone e animali saranno sposati tra loro o non ci saranno più bambini o il cielo sarà solo un ricordo e tutti avranno dei telecomandi con i quali impostare i dettagli delle loro giornate, così molto probabilmente si rimetterà a dormire di nuovo sperando di non svegliarsi più. Un gruppetto li ho visti partire di buon ora un martedì mattina con una macchina a metano vecchia di vent’anni, ma dopo i primi cento chilometri hanno perso fiducia ed entusiasmo e sono finiti ad errare su cordoni sabbiosi litoranei all’infinito perché il metano costa poco e si erano portati cospicue somme di denaro così da poter vagare per il mondo ancora per una buona manciata di anni bevendo caffè dai termos e cagando a domicilio dei più magnanimi. Altri organizzano cene. Cene che non si possono permettere ed invitano gente da ogni paese di ogni lingua e cultura e li accatastano senza troppe leggerezze su divani di pelle nera tanto [che i commensali] dopo un primo entusiastico inizio palesano ognuno le proprio titubanze come per esempio il cattolico attratto dalla musulmana che non gli si concede, o l’olandese vegano con un piatto pieno di polpette messogli davanti; ma le cene sono fenomenali e a turno, chi ha pagato per la spesa, è costretto a lasciare il paese per aver dato fondo ai suoi risparmi mentre gli altri mangiano e lo ricordano come l’ex chef ormai sostituito.

 Per conto mio penso che me ne starò ancora un po’ qui che nel frattempo le temperature si sono fatte più gradevoli e mi metto a pensare alla francesina che stava fuori la chiesa a disegnare palazzi e architetture nordiche, che ci siamo guardati e ci siamo abbracciati in nome del centroEuropa almeno due o tre volte perché sentivamo che era proprio necessario; e penso alla sua bocca e a chissà quale espressione avrà in questo momento, a chissà come avrà disposte le dita delle mani o che forse avrà le gambe accavallate indossando delle ballerine che tutto sommato le staranno anche piuttosto male. Magari starà solo dormendo e se ci si potesse avvicinare si sentirebbe una zona di calore proprio vicino alle guance dove un respiro regolare e francese ne stabilisce la vita.

 

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2. Draghi e Cavalli selvaggi

Li ho visti, i secondi, ogni sera che pareva non dovesse finire più mentre discendevo a piedi verso la baia alle nove di sera, fine turno; allora non li conoscevo e tornavo alla stazione di Jordanstown colto dalla solita pioggerellina poco fastidiosa, quasi piacevole, senza aver avuto prima la certezza di quella visione di vita selvaggia al galoppo. Capitava che facesse caldo pure qui, nelle terre a nord, e dovessi ricorrere alle alture e a traversate epiche di certe lande verdissime verso un nord ancora più nord intorno al cinquantacinquesimo parallelo. E’ li che poi li ho visti. […]

Dietro il Cavehill a Belfast si apre un ventaglio verde, un nido ventoso e serio, spalle muscolose di colline e ventri verdeggianti di morbida sensualità irlandese; roba da spogliarsi e fare l’amore al cospetto del tempo e della grandezza intorno, e della propria nullità. Solo facendo l’amore l’uomo potrebbe forse essere ammesso in un concetto tanto delicato e ancestrale, nudo, dove il silenzio è una lezione e l’ascolto è istupidimento dei sensi. Ma l’amore di oggi ventunesimo secolo forse non sarebbe sufficiente e nemmeno contemplato lassù, posto troppo primordiale e antico. E’ lassù che si sono presentati insieme – quasi a voler sfidare le leggi della credibilità le due creature mistiche di questa terra; lassù si sono incontrate e separate. […]

Il crinale a sinistra mandava ombreggiature fastidiose e pericolose e tutto il panorama della baia, del porto e della città era dominata da quelle potenze del cielo che mi si sarebbero rivelate similmente in sogno – come angeli – ma quel giorno erano altro: certi strani enormi e vaporosi cavalli cavalcavano il cielo con l’adrenalina di pioggia nelle froge e con i ventri scuri, ansimando verso il porto; ed era perfetto, mosaico naturale. […]

I bassopiani e i dolci cordoni verdi si fecero più severi – e pure c’era un traliccio che rappresentava l’unico riferimento umano in quella distesa, e dava le spalle al mare, così facevo io, dirimpetto a quel mare verde quando l’intera landa si imbrunì. Con due battiti di ali si levò in aria un enorme drago. Il traliccio venne spazzato via ancor prima che quello si levasse in cielo, bastò l’idea del drago a sradicarlo, e tutto fu appiattito e umile fino all’anima in quel momento intorno, mentre quella bestia memorabile, primordiale e stupenda mi si rivelava. Mentre il mio drago dominava la sua terra e chissà quanti altri brulicavano altrove, invisibili ai miei occhi fra quelle depressioni e quei nidi gelidi.

Si inabissò poi, l’avrei rivisto più avanti spingersi verso la città sfiorando i campanili affilati, ma non passa giorno che – guardando quelle vallate – non lo veda ancora contorcersi in cielo, mordersi le ali e volare il suo silenzio nella sua terra d’Irlanda, perché l’Irlanda è definitivamente la terra dei draghi.

Marcello D’Onofrio

1. profumi di un inizio inverno della Terra dei Draghi

Più che profumi m’ero prefigurato di andare incontro a sensazioni nuove e conturbanti come quelle che un inverno particolarmente rigido può offrire intorno al cinquantacinquesimo parallelo sul globo terrestre, eppure a discapito di temperature ormai stabilmente sotto i dieci e i northface che Dina si ostinava ad indossare da un paio di mesi – nonostante venisse da una terra, la Germania, che si sa essere più rigida di quella dalla quale venivo io – il primo sentore d’inverno lo sentii con il sapore d’estate, un’estate passata, andata e quasi dimenticata ma che riviveva con quel profumo così deciso di non-so-che familiare. Sarà stata la nostalgia di casa che avevo maturato le mattine presto quando il subway esalava i suoi tipici odori sulla sinistra di cromwell rd e sulla destra la “compagnia delle patatine” scaricava l’odore posticcio di fritto, ed erano da poco passate le sette di mattina. Fra l’uno e l’altro s’era andato insinuandosi il leggero e delicato sentore di qualcosa di passato che man mano avrebbe preso prepotentemente piede in quell’ottobre e avrebbe così creato e stabilito il suo posto nella storia dei profumi della vita. Ognuno ne ha una, credo, di storia dei profumi della vita; sono fondamentalmente situazioni o anche momenti che possono coprire intere mesate, che ci ricordiamo non tanto per qualcosa che abbiamo fatto ma quanto per i profumi che abbia insistentemente sentito. Non si tratta generalmente di profumi che possono essere ricollegati ad oggetti o comunque elementi finiti, sono profumi che gli inglesi definirebbero environmental, ovvero che provengono dall’ambiente circostante. Inutile chiedersi il come di certi meccanismi, così come inutilmente mi sono chiesto come l’odore di pascolo d’altura delle dolomiti in giugno mi sia tornato una mattina d’ottobre mentre attraversavo l’University street a Belfast né come tornando a casa sono stato investito da una immaginaria zaffata di ragù – che mia madre aveva messo a ribollire in cucina in vista del pranzo mentre facevo colazione in una tarda domenica mattina –  così forte da farmi sentire pure il sapore dei sedani.

Dunque l’inverno nella Terra dei Draghi (prima o poi spiegherò il perché la chiamo così) cominciò con un chiaro sentore d’estate: estate serale o meglio tardo pomeriggio, di quelle giornate tranquille in cui non si fa nulla e ci si dimentica perfino di ringraziare Dio per il fatto che, nonostante non si stia facendo nulla, si è in buona salute e si ha una famiglia, una casa, non si è mutilati e tutto il resto. Ne passano parecchie di giornate così eppure non ce ne si rende conto affatto; tocca che succeda qualcosa per accorgerci di come andavano bene le cose prima. Quel sentore così debole svanì subito perché Belfast pensò bene di rifocillarmi con un po’ del suo ma visto che quella notte era stata piovosa e ventosa, tutte le strade delle holylands erano sparse di enormi foglie gialle e l’aria umidiccia e fresca mi ricordava un’altra estate, quella dei temporali in Friuli, con le stesse foglie gialle per terra al mattino. Attraversando Botanic garden notai i grossi lecci che se ne stavano sul versante opposto del parco come piloni piantati su un telo troppo verde e che avevano perduto gran parte del fogliame che ora dava un bel tono ambrato al prato, questo mi rispedì in abruzzo e al profumo delle foglie d’estate nel sottobosco.  Se ne stavano tutte li, dunque, le mie estati con i loro profumi, e se li ho descritti in questo modo è colpa di  Proust del quale sto leggendo A la Recherche che indirettamente mi plagia con i suoi toni di rimembranza e nostalgiche visioni d’infanzia. L’odore di cloro della piscina ha poi momentaneamente anestetizzato la mia immaginazione anche se devo dire che il sentore di ragù mi è tornato per un attimo intorno alla ventiseiesima vasca; nuotare fa sempre bene ai sensi: sott’acqua tutto è attutito e quando si esce fuori ogni minima percezione risulta amplificata, persino il mio ragù immaginario.

Prima di tornare a casa sono passato a comprare gli ingredienti.

 

Marcello D’Onofrio

 

Inverno nella terra dei draghi

Ho finito tutto l’amore che avevo saggiamente messo da parte nei giorni nei quali mi traboccava fuori dalle tasche; avidamente stipato quando ne avevo abbastanza da esserne ubriaco per giornate intere.S’è fatto improvvisamente scuro e freddo, mi sono strofinato le mani e ho cercato invano, ho controllato anche nella piccola tasca interna della giacca da poeta che usavo negli inverni a Roma, ma niente. Ci sarà dunque uno svolazzare di draghi qua intorno e giornate ventose e un mare verde con certe onde spaventosamente belle e mattine che mi sveglierò e sara tutto cosparso di foglie gialle.Ho intravisto il sole un paio di volte e ho assistito alle veglie delle nuove generazioni che raccontavano le loro storie assurde – facevano a gara a chi avesse sofferto di più – e poi si consolavano teneramente abbracciandosi in silenzio o facendo l’amore per ore in uno slancio empatico che potesse accomunarli in qualche modo: erano tutti piccole anime abbandonate. Ho frugato ancora in quella stessa piccola tasca interna con l’ostinazione e l’illusione che qualcosa di assurdamente bello fosse accaduto, e mentre pregavo in silenzio la mia gratitudine a Dio, mi è stato chiesto di uscire perché il custode avrebbe chiuso il grande portone a breve – avrei preferito chiedere di esservi chiuso dentro – ma la vita è fuori, mi è stato detto, e sono tornato a casa grondante.